Sylvie
Guillem, la divina di ghiaccio
È
senza dubbio la "diva" del balletto classico dei
nostri giorni, l’unica al cui solo nome il pubblico accorra,
pronto ad adorarne la bellezza, la tecnica virtuosistica
abbagliante, la sovrana sicurezza in scena. Eppure, le manca
qualcosa. E contro tanti che l’ammirano senza riserve, c’è
chi mette l’accento sul rovescio della medaglia; come sempre
accade, quando si tratta di divi.
Alla
domanda: "Chi sono oggi la ballerina e il ballerino
migliori del mondo?", i più rispondono: "Sylvie
Guillem e Mikhail Baryshnikov". Curiosamente, proprio
questi due artisti mi entrano da un occhio e mi escono dall’altro,
senza lasciare traccia. Cercherò di spiegare, anche
a me stessa, questa mia irragionevole indifferenza, se non
addirittura animosità; nella consapevolezza che la
colpa è probabilmente tutta mia.
Di Baryshnikov
ho già parlato, anche su Balletto Oggi; e
ne riparleremo magari un’altra volta. Per Sylvie Guillem,
il mio problema viene da lontano. E cioé dal giorno
in cui, tanti anni fa, arrivai in Bulgaria, come membro
della giuria per l’Italia, al famoso Concorso di Varna giovani
danzatori. Arrivai con qualche giorno di ritardo – e cioé
quando erano già finite le prime eliminatorie. E
subito l’amico André-Philippe Hersin, giurato francese
per quell’anno, prima ancora di chiedermi come stavo, mi
rovesciò addosso la sua travolgente, entusiasta certezza:
la giovane candidata francese avrebbe vinto e stravinto,
perché enormemente più brava e più
bella di tutti.
Ahiahiai,
il mio "rapporto" a distanza con Sylvie Guillem
cominciava malissimo. Mi sentivo – sia pure amabilmente
– oppressa e prevaricata da André Philippe e dalla
force des choses. E così quando arrivò
il giorno delle semifinali, cercai un altro giovane volto
a cui guardare, e un’altra alta tecnica da esaltare. Pensai
di parteggiare per Katherine Healy, un’americanina di 15
anni (che oggi è étoile del Balletto
dell’Opera di Vienna). Era bruna, piccola e tondetta. Il
contrario di Sylvie Guillem, bionda, alta, snella. La piccola
Kathy saltava come un grillo e girava come una trottola,
nelle invenzioni più virtuosistiche e acrobatiche
del repertorio classico. Sylvie Guillem aveva scelto, invece,
una variazione dal profumo più lirico che acrobatico:
era regale, bellissima, distaccata. Troppo distaccata, mi
dicevo, con qualche irritazione.
Al gran
finale, mi pare, ci fu la terza tappa nel mio rapporto negativo
con Sylvie Guillem: interpretò l’assolo La luna
di Béjart, che tutti noi indentifichiamo con Luciana
Savignano (per cui fu creato). La Savignano era una Luna
insuperabile: tutto meno che distaccata. Era anzi impastata
di furori segreti, sotto la gelida scorza lunare. Sylvie
Guillem era, invece – mi dissi – soltanto gelida scorza.
E sotto la scorza, nulla. Votai per Katherine Healy. Sylvie
Guillem vinse a stragrande maggioranza, naturalmente, la
Medaglia d’Oro.
La lealtà
mi impose, comunque, pochi mesi dopo, di invitare Sylvie
Guillem, oltre a Katherine Healy, alla "Maratona di
danza" del Festival di Spoleto, che ho curato fino
al 1996. C’erano, nella Maratona, un gran numero di "divi"
internazionali, tra cui Rudolf Nureyev, Antonio Gades, Peter
Schaufuss, Carla Fracci, Kevin MacKenzie, Ohad Naharin,
Vladimir Derevianko, Elisabetta Terabust. Sylvie Guillem
arrivò con Rudolf Nureyev, allora neo-direttore della
compagnia dell’Opéra di Parigi, della quale lei già
faceva parte. Nureyev seguì la sua prova con l’attenzione
di un vero maestro: correggeva, mostrava, spiegava. Lei
recepiva l’insegnamento di Nureyev con la stessa aria da
regina sdegnosa, di dea gelida, che aveva a Varna. A me
chiese, con piglio autoritario, di non collocarla, nel programma,
dopo la Healy, ma prima. Mi lasciò di stucco, impaurita
quasi, con quel suo tono che non ammetteva replica. Mi affrettai
ad assecondarla. Danzò il passo a due del "Cigno
Nero": bellissima, perfetta, fredda. Ma, mi dicevo,
anche per legittimare la mia ostilità irritata, il
Cigno Nero non deve essere freddo, col Principe, ma seducente
e così colmo di passione, da eccitare anche i sassi.
Fu applauditissima, da tutti, pubblico e critica, con mia
buona pace.
Da allora
la situazione "difficile", per me, si ripresentò
in tante successive occasioni. Prima, nei vari spettacoli
"Nureyev and friends": spettacoli un po’ frettolosi,
forse, ma di alto livello tecnico. Il cast era sempre
formidabile, con la presenza costante, oltre a quella di
Sylvie Guillem, di Charles Jude, Isabelle Guérin,
Manuel Legris (che allora, ci dissero, era il suo fidanzato).
Una volta, ebbi anche la ventura di vederla con un altro
gruppo di "Stelle dell’Opéra di Parigi",
capeggiato da Patrick Dupond. Sylvie Guillem entusiasmò
il pubblico con la variazione di Esmeralda, quella
in cui leva più volte in alto, sopra la testa, il
tamburello e lo percuote con il piede: così bella,
così giovane, così acrobatica, così
impeccabile. Nella mia ostilità – sempre più
nascosta, sul piano ufficiale, in mezzo a tanto tripudio
– mi vendicai pensando: "Dovrebbe praticare, più
che la danza, la ginnastica artistica" (poi lessi,
da qualche parte, che Sylvie Guillem proviene realmente
dalla ginnastica artistica).
Ormai
è irragiungibile: l’Inghilterra se l’è presa,
come una gemma preziosa, per insediarla sul trono che fu
di Margot Fonteyn. Che si può volere di più.
Ma, per me, ohimé, fu l’ultima provocazione: com’è
possibile che quel ghiacciolo perfetto, con la gamba levata
in alto fino ai 180 gradi – e oltre, presumo, se volesse
– vada a sostituire quel prodigio di grazia sorridente e
di serena dolcezza, che fu Margot, una vera regina? E, in
piena consapevolezza della mia miopia e della mia partigianeria,
finii per ignorarla, per dimenticarla quasi, lasciandola
lassù, agli Inglesi fedifraghi.
Ma rieccola,
tenuta per la mano da Maurice Béjart alla fine di
Boléro, fiero ed emozionato, come se Sylvie
Guillem fosse sua figlia. Di quel Boléro non
ricordo nulla, se non l’applauso universale, il rosso tiziano
della sua capigliatura, i capelli lisci, la frangetta, il
body rosso cupo, come un costume da bagno "Jantsen"
degli anni Trenta, a un solo pezzo, e la muscolatura quasi
mascolina. Non sono riuscita a rintuzzare, nel segreto dei
miei pensieri, il commento più sleale e trasgressivo,
a questa sua nuova immagine. E a chi mi chiedeva, dopo lo
spettacolo: "Non è fantastica?" oppure
"È divina, non trovi?" ho sempre risposto
a bassa voce: "Sì certo", felice di non
doverne scrivere il giorno dopo.
Ma adesso
le cose si complicano: Sylvie Guillem sta per tornarmi davanti
agli occhi, come coreografa e interprete principale di Giselle.
I ballettofili perfetti già pregustano il meraviglioso
evento. Io, col capo sotto la sabbia, come uno struzzo,
cerco di non pensarci. Già me la vedo: bella, acrobatica,
elegantissima, nel primo atto; pallida e fredda come la
luna, e con le perfette punte d’acciaio, nel secondo. E
già prevedo il suo trionfo, mentre io – incapace
di incassare anche quest’altro colpo – me ne tornerò
a casa con la coda tra le gambe, pensando alla Chauviré,
alla Pontois, alla Fracci, alla Makarova, con clandestino
rimpianto.
Vittoria
Ottolenghi
(BallettoOggi
n°115 – Febbraio/Marzo 1999)

Il Cigno dei Laghi
Il
"Lago dei Cigni" è il balletto più
enigmatico del grande repertorio. O almeno, tale lo hanno
voluto vedere i molti coreografi che, fino ad oggi, vi hanno
messo mano per "rivelarne" i significati nascosti;
talora solo reinventando l’ambientazione e il libretto pur
conservando la sostanza coreografica di Petipa e Ivanov;
talaltra creando un balletto completamente nuovo. Così
hanno fatto tra gli altri Mats Ek o, con un successo straordinario,
Matthew Bourne.
Non
si può parlare seriamente, oggi, dei balletti del
repertorio classico, senza trovarsi obbligati a liberare
il terreno dagli errori - direi teorici, se non fosse dir
troppo - e dalle idiozìe diffuse dalle contemporanee
critichesse. Genìa ottusa di fronte ai valori propri
della danza, esse vedono un balletto come le mucche guardano
passare un treno (la graziosa similitudine è di André
Levinson): non sapendo che cosa sia e a che cosa serva,
esse mucche pensano, chissà, che sia un qualcosa
per far rumore. E di questo discutono, forse, nelle loro
bovine adunanze.
Allo
stesso modo esse critichesse, non vedendo in un balletto
quel che conta, la danza – o sembrando loro, non intendendola,
troppo poca cosa – vi cercano altro: la trama letteraria,
la "drammaturgìa" (come amano dire), la
musica (ma è errore di generazioni passate, quando
di danza scrivevano i critici musicali; le critichesse non
lo commettono perché non sono distratte da una cultura
musicale che non hanno), le scene e i costumi, caso mai
le qualità fisiche o "espressive" dei danzatori.
La danza, se pur si degnano di accennarvi, è per
loro un accessorio.
E
qui vengo finalmente al tema. Che è il Lago dei
cigni e la confusione nella quale si parla e si scrive
delle sue molte "versioni", classiche o contemporanee.
Se non si ha ben chiaro il concetto che un balletto è
un’opera di danza, che "consiste" nella danza,
così come un’opera lirica "consiste" nella
musica e nel canto, si potrà anche credere che il
Lago di Petipa-Ivanov, il Lago di Neumeier
e il Lago di Mats Ek siano diverse versioni della
stesso balletto; o al massimo, che quello di Ek sia una
"rilettura" di quello di Petipa. Sciocchezze che
possono circolare soltanto nell’ambito intellettualmente
sottosviluppato della critica di danza. Nemmeno il più
sprovveduto dei melomani parlerebbe, che so, della Manon
Lescaut di Puccini come se fosse una "rilettura"
della Manon di Massenet, o dell’Otello di
Verdi come di una "versione" di quello di Rossini.
È infatti per tutti chiaro che, se nell’opera quel
che conta è la musica e se la musica è diversa,
si tratta di due opere diverse, le quali varranno diversamente
a seconda dei loro diversi valori musicali. Che in
un balletto quel che conta è la coreografia e non
la storiella, è concetto elementare ma ancora lontano
dall’essere inteso e sottinteso.
E
se il Lago dei Cigni come opera d’arte è la
sua coreografia, cioé la sua danza, è chiaro
che un’altra coreografia (quand’anche avesse lo stesso titolo,
la stessa musica e perfino lo stesso o simile soggetto narrativo)
sarà un altro balletto, cioé un’altra e autonoma
creazione. Sono egualmente insipienti tanto le critichesse
che per partito preso difendono quelle che esse chiamano
"riletture dei classici" compiute dai loro prediletti
autori contemporanei (come se il Lago di Petipa e
Ivanov non fosse abbastanza bello e si dovesse rifarlo);
quanto i "puristi" che si scandalizzano se Matthew
Bourne prende titolo e musica e modifica il soggetto per
creare una coreografia del tutto moderna e del tutto sua
(come se con ciò volesse o potesse guastare quella
cosiddetta "classica", o come se chissà
quale peccato di dissacrazione impedisse di fare un bel
balletto).
Insomma,
esistono balletti diversi, di diversi autori e diverse epoche,
che s’intitolano Il Lago dei Cigni su musica di Ciaikovsky
e su soggetti che derivano, in vari modi, dallo stesso libretto
ottocentesco. Naturalmente, lo stesso vale per tutti gli
altri titoli del repertorio; qui parliamo del Lago
perchè così abbiamo deciso e perché,
in verità, il suo soggetto misterioso e simbolico
si è prestato più spesso e meglio di altri
a stimolare la fantasia dei coreografi.
Dunque,
tenendo fermi i criteri, peraltro molto elementari, fin
qui esposti, possiamo mettere ordine nei diversi Laghi
sulla scena attuale della danza dividendoli in tre categorie,
che rispondono in realtà a tre intenzioni e azioni
coreografiche molto diverse tra loro.
La
prima e più ovvia, riguarda le riproduzioni del
Lago dei cigni "classico". Il capolavoro
di riferimento è quello di Marius Petipa e Lev Ivanov
del 1895; e non perché sia storicamente il primo.
Difatti non lo è. Il primo era del 1877, a Mosca,
e la coreografia di tale Julius Reisinger, probabilmente
mediocre, ne decretò l’insuccesso (a conferma del
nostro criterio per cui un balletto è la sua coreografia
e da questa dipende il suo valore). Né sorte migliore
ebbe una seconda produzione firmata da Joseph Hansen nel
1880. Finché, la coreografia di Petipa e Ivanov a
San Pietroburgo ebbe un trionfo e questo balletto iniziò
la sua lunga carriera di classico del repertorio. Carriera
di base russa, ma complicata, che qui non è il caso
di ripercorrere. La danza non si scrive (o non si scriveva,
se non raramente e vagamente) e la coreografia di un balletto
dell’Ottocento arriva ai nostri giorni come risultato di
una serie – spesso nemmeno continua – di riprese, riproduzioni,
adattamenti di gusto, innovazioni tecniche, attraverso generazioni
di maestri e interpreti talvolta mossi da intenzioni di
fedeltà e talvolta no; al punto che si può
parlare (come ha ben detto una volta Vittoria Ottolenghi)
di "capolavori per accumulazione". La coreografia
del Lago che vediamo oggi si può dunque dire
"di Petipa e Ivanov e dei loro ricostruttori lungo
un secolo".
Così,
le differenze di qualità delle numerose produzioni
del Lago dei cigni che possiamo vedere oggi nel mondo
dipendono dalla competenza, dalla cultura coreografica,
dal gusto stilistico dei coreografi-ripetitori che le hanno
realizzate. Tra le più attendibili, prima di tutte
ovviamente vi è quella del Kirov Ballet, la compagnia
del Teatro Mariynsky di San Pietroburgo dove il balletto
nacque e dove la tradizione del repertorio di Petipa è
stata conservata meglio e con più continuità
(per non parlare della qualità dei danzatori). Anche
il Lago del Royal Ballet di Londra, ormai lontano
discendente della prima e fondamentale messa in scena in
Europa, fatta da Nicholas Sergheyev nel 1934, ha i suoi
titoli di autenticità. All’Opéra di Parigi
la versione più familiare è quella di Vladimir
Bourmeister, rappresentata moltissime volte dal 1960 ad
oggi (anche altrove nel mondo; in Italia, l’ha ripresa recentemente
la compagnia Maggiodanza di Firenze), che tuttavia in diversi
punti oggi non è più convincente. Alla Scala
di Milano si è danzata per molti anni la versione
di John Field, di stampo russo-inglese. Oltreoceano, l’American
Ballet Theatre ha sempre avuto un Lago di buona tradizione,
ritoccato giusto ora dall’attuale direttore Kevin McKenzie.
Alicia Alonso ha prodotto (e danzato) per il suo Balletto
di Cuba un Lago dei Cigni autorevole. E interrompo
qui quello che sarebbe un vero giro del mondo.
Appartengono
invece ad una seconda categoria i rifacimenti, o rielaborazioni
del Lago dei Cigni classico, ferma restando tutta
o in parte la base coreografica che, nel senso dianzi chiarito,
chiameremo "tradizionale". L’intervento del coreografo
modifica quindi di solito la narrazione, l’ambientazione
della vicenda, il carattere dei personaggi per esplicitare
certi contenuti simbolici o psicologici o per inventarne
di nuovi; le novità coreografiche riguardano la pantomima
e alcune danze secondarie, mentre i momenti famosi (il secondo
atto coi Cigni, il passo a due del terzo) sono sostanzialmente
conservati.
È
purtroppo in questo genere di operazione che si cimentano
spesso gli ex danzatori senza talento coreografico, a cui
nessuno chiederebbe un balletto originale, ma che d’altra
parte non vogliono limitarsi a riprodurre un balletto classico.
Così, inventano varianti della vicenda, l’ambientano
in un’epoca o in un luogo diversi, con scene e costumi di
fantasia, pasticciano un po’ la coreografia, rifanno qualche
danza (peggiorandola, data l’improbabilità di migliorare
il capolavoro originale), ed hanno così il nome in
cartellone (e il compenso) come coreografi autori.
Dei
molti di questo genere che affliggono la scene di danza,
il Lago più acquitrinoso che io abbia mai
visto è quello di Yuri Vámos in repertorio
a Düsseldorf, ripreso l’anno scorso anche all’Opera
di Nizza. A partire dal prologo, in cui il principe bambino
(e il pubblico) vedono la regina madre e il precettore che
fanno l’amore senza mezzi termini, fino all’ultimo atto
in cui questo principe nevrotico uccide il Cigno – e il
cadavere cade in scena sotto forma di una specie di pollastro
impagliato – c’è una tal serie di scemenze da lasciare
allibiti. Sulle prime, sembra uno scherzo; ma quando si
capisce che no, che il coreografo aveva intenzioni molto
serie e drammatiche, tutta la faccenda diventa di una comicità
surreale.
Ben
più rispettabile è invece, e molta fortuna
ha avuto in mezzo mondo, Il lago dei cigni di Rudolf
Nureyev, varie volte rielaborato fino alla versione definitiva
ancor oggi in repertorio all’Opéra di Parigi o alla
Scala di Milano. Nureyev rivede essenzialmente il ruolo
del protagonista maschile ed amplia quello di Rothbart (che
egli stesso danzava, negli ultimi anni), e rende lo spettacolo
nell’insieme più elegante e moderno; i suoi apporti
propriamente coreografici sono come sempre antimusicali
e infelici, ma non pregiudicano troppo la sostanza del balletto
che egli aveva ben conosciuto in giovinezza, al Kirov.
Il
capolavoro del genere è tuttavia Illusionen -
wie Schwanensee (letteralmente "Illusioni - come
il Lago dei Cigni") di John Neumeier per il Balletto
di Amburgo, che va posto in questa categoria solo perché
conserva la coreografia classica nell’"atto bianco",
ma che forse andrebbe più correttamente considerato
un balletto originale. Rimando alla recensione, in queste
pagine, della recente rappresentazione a Parigi.
Il
terzo gruppo della nostra suddivisione – in pratica non
così nettamente definita, ma per niente affatto arbitraria
– è formato dalle creazioni originali che
all’antico Lago dei cigni s’ispirano, conservandone
la musica e il titolo, ma la cui coreografia è opera
del tutto nuova e personale del loro autore di oggi. Dunque,
come abbiamo detto, dal punto di vista della danza, è
del tutto improprio considerarle nuove versioni o "riletture"
dello stesso balletto: sono infatti in assoluto nuovi
balletti.
Ricordiamo
appena un Lac des Cygnes post-modern creato al festival
di Aix-en-Provence (Francia) dal coreografo americano Andy
Degroat nel 1982, o quello recente di Bertand d’At per il
Ballet du Rhin (v. BallettoOggi nº 119) e citiamo
i tre più importanti.
Quello
di Mats Ek per il Cullberg Ballet, Svansjön
in svedese, pur non essendo considerato il capolavoro del
suo autore, è il più affascinante e personale
sul piano propriamente coreografico, con quel gioco di sintesi
poetica tra citazione non letterale del classico e creazione
pura, che è caratteristica impareggiabile di Mats
Ek.
Dal
1995 ad oggi si è imposto con successo straordinario
in tutto il mondo lo Swan Lake di Matthew Bourne,
cui abbiamo dedicato la nostra copertina e di cui si parla
in queste pagine.
Infine,
Le Lac des cygnes et ses maléfices, del 1998
(v. BallettoOggi nº 111) ha declinato in altro modo
l’idea dei cigni al maschile, nella dimensione coreografica
classico-moderna di Roland Petit ma soprattutto nella sua
immaginazione teatrale in cui il dramma è sempre
soffuso di sensuale ironìa.
Alfio
Agostini
(BallettoOggi
n°121 – Marzo/Aprile 2000)

Béjart
Ballet Lausanne, senza il suo Pigmalione
All’indomani
della morte di Maurice Béjart, il mondo della danza
si chiede quale sarà il futuro della sua creatura,
il Béjart Ballet Lausanne, la compagnia in Svizzera
di cui è stato l’anima per vent’anni, dopo la gloriosa
epoca del Ballet du XXe Siècle a Bruxelles e nel
mondo. Gil Roman, l’ultimo danzatore-simbolo del maestro,
è l’erede designato. Al BBL spetta oggi ovviamente
il compito di mantenere vivo il repertorio per il quale
è famoso e per ora sempre richiesto, ma al tempo
stesso comincia a sentirsi un’esigenza di apertura verso
altri coreografi. Ma il dubbio resta: senza il suo carismatico
Pigmalione, la sua creatura non perderà d’attrattiva?
Con
la morte dei loro fondatori, le imprese, si sa, attraversano
momenti difficili. Nel mondo della moda, ci sono marche
che non sono sopravvissute alla scomparsa di chi dava il
nome, e altre come Dior o Chanel che hanno invece continuato.
E così è pure per le compagnie di danza indipendenti
con un repertorio perlopiù composto da opere del
loro direttore. La morte di Alvin Ailey avrebbe potuto portare
allo scioglimento del suo American Dance Theater. Ma una
gestione avveduta e una direttrice di grande personalità
– Judith Jamison – hanno permesso a questa magnifica compagnia
di sopravvivere con successo.
Lo
stesso problema si ripresenta ora con il Béjart Ballet
Lausanne.
Quando,
nel 1987, la città di Losanna, in Svizzera, ha offerto
una sede e una sovvenzione cospicua a Maurice Béjart,
alla base non c’era il desiderio di dotarsi assolutamente
di una compagnia di danza. Diciamo che si è presa
al balzo un’opportunità: associare il nome della
città a quello di uno dei coreografi più in
vista, e di far così circolare quel nome grazie alle
importanti tournées della compagnia nel mondo.
La morte di Béjart, nel novembre scorso, ha evidentemente
cambiato le cose. Appena si è saputa la notizia,
il comune di Losanna si è dato tre anni di tempo
per prendere delle decisioni in merito. Tre anni alla fine
dei quali sarà stilato un bilancio artistico ed economico.
Il
BBL, senza Béjart, continuerà ad attirare
i giovani talenti? Ora che non può più rinnovarsi,
il repertorio béjartiano continuerà ad avere
l’attrattiva di prima? La domanda si manterrà viva
o l’interesse internazionale diminuirà?
Per
quanto discreto sulle sue intenzioni, Maurice Béjart
aveva comunque dato delle disposizioni per assicurare la
sopravvivenza della sua opera. E questo, nonostante la sua
convinzione più volte espressa che quando il creatore
non può più vivificare la sua opera, questa
si ritrova presto privata della sua ragion d’essere. Aveva
così creato una fondazione con l’incarico di gestire
il suo repertorio. Presieduta dal danzatore Gil Roman, la
fondazione riunisce alcune persone che sono state vicine
al coreografo, come François Weyergans, romanziere
e amico di sempre, Maina Gielgud, étoile e
direttrice di compagnie, il fedele Eidji Mihara, Marie-Claude
Jequier, ex assessore alla cultura della città di
Losanna, e un’avvocatessa. Sta a loro decidere se cedere
o no i diritti delle coreografie alle compagnie che le richiedono.
Quanto
al Béjart Ballet Lausanne, i cambiamenti hanno evidentemente
il segno della continuità. Gil Roman, sino ad allora
direttore associato, ma già uomo di potere della
compagnia, ne ha assunto ufficialmente la guida. Il fatto
è che nessuno meglio di lui conosce l’opera di Béjart
e i problemi delle tournées di cui si occupa
da anni. Non c’è dubbio che sia stato Béjart
a volerlo comme suo successore e che abbia tutto il diritto
di assumere la posizione che ha. Ma è legittimo chiedersi
se, una volta passata la quarantina, si possa danzare in
scena e al tempo stesso occuparsi della direzione. Sinora,
ad ogni modo, Gil Roman non si è affrettato a pubblicizzare
il suo ruolo… Del resto non è un comunicatore, come
lo era Béjart. Ma non c’è dubbio che gestire
una compagnia vuole anche dire renderla "visibile".
Inoltre, Roman, persona severa ed esigente, non ha solo
amici al BBL. A quanto pare, starebbe cercando di smussare
gli angoli del suo carattere. Meglio così. Una compagnia
è composta anzitutto da esseri umani che possono
dare il meglio di sé solo se sono portati a farlo.
Il
Béjart Ballet Lausanne ha ora una ricca agenda di
tournées. Nulla di più ovvio, è
ancora il tempo degli omaggi. Ma che ne sarà tra
due o tre anni? Il repertorio è vasto, certo. E si
parla di riprendere prossimamente Le Concours. Ma
la compagnia non dovrebbe aprirsi alle creazioni, come quella
di Alvin Ailey? Gil Roman sembra essere per il sì.
Lui stesso si è già dedicato alla coreografia
e sembra determinato a continuare. Non esclude inoltre di
chiamare coreografi affermati come Jean-Christophe Maillot.
In passato, anche Béjart aveva chiamato altri coreografi
come Olivier Perriguey e Lar Lubovich.
Ora,
il problema è tutto sintetizzato in questo paradosso:
rinnovare senza nulla perdere dell’identità della
compagnia. Non facile, ma – precedenti illustri lo dimostrano–
neppure impossibile.
Jean
Pierre Pastori
(BallettoOggi
n°193 – Giugno/Luglio 2008)

Roland
Petit, danza e teatro, dramma e piume
Dalla Scala all’Opéra
di Parigi, dalla Russia al Giappone, a 84 anni (e a mezzo
secolo dai suoi lavori migliori) è ancora tra gli
autori più frequentati dalle compagnie di balletto;
e molto pubblico continua ad amare le sue storie danzate
tra il frivolo e il drammatico, centrate su personaggi che
sfruttano le star del momento
Riparlare di Roland Petit
– ai lettori esperti di una rivista di danza – è
perfino banale e un po’ imbarazzante. A "dirne bene"
ci si sente ingenui; "dirne male", è come
dir male di Garibaldi.
Allora, il buon giornalista
comincerà col ricordare che Roland Petit, nato nel
1924, fu l’enfant prodige del balletto francese nella
rinascita dopo la guerra. Lasciato l’Opéra dove si
era formato coi migliori maestri e sotto lo sguardo di Serge
Lifar, fondò, da giovane coreografo-danzatore vivace
e volitivo, compagnie di giovani artisti eccezionali; il
suo Le Jeune Homme et la Mort, del 1946, su un’idea
di Jean Cocteau (il ragazzo, con l’aiuto del suo pigmalione,
Irène Lidova, "frequentava bene") rivelò
un vero genio di danzatore, Jean Babilée; e Carmen
del 1947, un piccolo capolavoro, lanciò Zizi
Jeanmaire, sua musa e compagna per la vita. Poi, una quantità
di creazioni per compagnie proprie e altrui, un breve sogno
americano col musical e col cinema (che l’avrebbe influenzato
per sempre, non si sa quanto in bene), e ancora balletti
in mezzo mondo (oltre centocinquanta, finora) su temi imponenti
o frivoli, su musiche alte o volgari, spesso con pittori
di gran nome come scenografi o sarti celebri come costumisti.
Mon truc en plumes del 1961, per l’inimitabile Zizi,
è un gioiello di vacuità effervescente; Notre
Dame de Paris, del 1965, mette invece a servizio un
monumento della letteratura francese, e segna la sua consacrazione
all’Opéra come coreografo serio e drammatico, da
lì in poi quasi "istituzionale" per la
danza francese. Nel 1972 gli è stato affidato il
Balletto Nazionale di Marsiglia, che ha diretto da padre-padrone
e coreografo unico per 26 anni, in un profluvio di creazioni,
spesso messe in valore dall’impiego di stelle "ospiti"
(Makarova, Plisetskaya, Vassiliev, Baryshnykov, Nureyev,
Fracci, Dupond, Ferri…) in ruoli abilmente centrati su di
loro.
Da una decina d’anni è
libero, abita formalmente a Ginevra con la sua Zizi, ma
continua a riprendere o a creare balletti in molti teatri
del mondo, dalla Scala di Milano all’Opéra di Parigi,
al Bolshoi di Mosca, in Cina e in Giappone.
Detto questo, aggiuntavi
qualche giusta lode, un giornale ha fatto il suo dovere,
ma il critico e il suo non ingenuo lettore restano un po’
perplessi.
Al di là dell’ammirazione
per un artista senza dubbio di gran talento, vitalità
e fascino, che è stato tra i protagonisti del balletto
europeo degli ultimi 60 anni, sarebbe infatti ora di chiedersi
che senso abbia la presenza così assidua di Roland
Petit nelle stagioni di alcune grandi teatri e compagnie,
presenza in un certo senso sproporzionata rispetto a quella
di altri autori della stessa generazione, più importanti
sul piano propriamente coreografico. Non si capisce perché
il pubblico europeo debba conoscere e ripassare regolarmente
l’opera omnia di Roland Petit e ignorare quasi del tutto
Jerome Robbins, forse il più grande coreografo del
XX secolo dopo Balanchine; o un altro genio come Paul Taylor;
per non dire di Merce Cunningham (che in realtà è
poco praticabile dalle compagnie istituzionali); o non avere
quasi idea del lavoro di Hans Van Manen, un vero coreografo
che ha influenzato in modo essenziale il balletto moderno
in Europa negli ultimi 40 anni (spero che nessuno sia tanto
asino da sostenere che Roland Petit abbia marcato la coreografia
del suo tempo, a parte qualche coreografo francese di secondo
piano).
So la risposta: cose troppo
difficili, il pubblico ama i balletti di Roland Petit,
e con un’étoile famosa nel ruolo principale
il successo è assicurato.
Per cominciare, si potrebbe
dire che quello del "pubblico" è un falso
concetto, buono a mascherare di necessità-virtù
la pigrizia dei direttori artistici. Non c’è "il
pubblico", ci sono pubblici diversi, c’è un
pubblico per l’Arte della Fuga di Bach e uno per
Madonna, un pubblico per Cunningham e uno per Franco Miseria.
Bisogna sapere a chi ci si vuol rivolgere; come persona
interessata all’arte della danza, e come contribuente, credo
che i grandi teatri che hanno una missione culturale e il
denaro pubblico per svolgerla, debbano rivolgersi al primo,
formandolo ed ampliandolo, e lasciare il secondo all’entertainment
commerciale. Questo, in generale; è chiaro che
l’opera di Roland Petit non sarà arte pura e sublime
ma nemmeno intrattenimento volgare, se qualche volta l’ha
sfiorato, altre ha creato spettacoli di un’eleganza e di
una qualità teatrale innegabili.
Elisabetta Terabust, attuale
direttrice del Balletto della Scala di Milano – la migliore
che la Scala abbia avuto tra i tanti negli ultimi decenni,
per quanto riguarda il lavoro artistico con la compagnia
– a suo tempo danzatrice meravigliosa (che ho amato e ammirato
particolarmente, se mi è permessa una nota personale),
a lungo stella di Roland Petit di cui conosce bene lo stile
e il mondo, ha fatto molto bene a proporre una serata con
tre titoli storici e forti del coreografo, Le Jeune Homme
et la Mort, Carmen e L’Arlésienne; ma
le sarà difficile farci digerire, nella stagione
entrante, Pink FloydBallet, creato a Marsiglia nel
1972 e parso già allora un pasticcio fumoso e modaiolo.
Allo stesso modo, l’Opéra
di Parigi ha tutte le ragioni di tenere in repertorio Notre
Dame de Paris, ma molte meno di rappresentare l’inutile
recente Clavigo.
Certo, c’è un pubblico
che si bea di piume e champagne (vezzo, va detto, che Petit
si è lasciato ormai alle spalle), delle sue Ferri
e dei suoi Bolle impegnati in amori, morti e vaghe e vacue
ambiguità erotiche, in storie famose e drammatiche
tratte dalla letteratura, "messe in danza" senza
vero interesse per la danza stessa. Lui stesso lo ammette,
magari con l’alzata di spalle seccata di chi sa ma non gl’interessa;
formatosi alla danza classica all’Opéra e con grandi
maestri, curioso sempre della danza moderna, fantasioso
e inventivo anche nella danza, pur è evidente che
l’invenzione coreografica in se stessa, il lavoro nella
sua arte come quello dell’architetto o del musicista nella
loro, non è la sua vocazione. I suoi balletti, come
si suol dire, "astratti", sono marginali nella
sua opera, e talvolta di una banalità non degna di
un coreografo del suo nome.
Un giorno Irène Lidova
– grande personalità di animatrice della danza francese
dal dopoguerra, sua "scopritrice" e sostenitrice
appassionata – dopo una prima gli disse scherzosamente:
"Bene, Roland, ma ora quando ci farai un vero balletto..?"
Lui le tolse il saluto per sempre.
Questo tratto di carattere
d’artista – l’egocentrismo animoso, il sentimento d’aver
avuto molto (successo, denaro, piaceri, affermazione) ma
ancora non abbastanza per i propri meriti/diritti, la rivalità
astiosa con i colleghi (soprattutto con Béjart, sua
spina nel fianco, pure francese e coetaneo e tanto più
trionfante, che Petit chiamava "l’autre" – "quell’altro"
– mentre Béjart non lo chiamava affatto…) – potrebbe
restare nel privato e non riguardarci, e tuttavia fa luce
su un lavoro artistico appassionato ma animato da un’ossessiva
pretesa di successo.
In un suo libro di memorie
e note (Roland Petit – j’ai dansé sur les flots
– Grasset 1993), spiritoso e spregiudicato più di
quei soliti libri da ex danzatore, ma come quelli fatto
di aneddoti curiosi e di penose esibizioni di frequentazioni
di celebrità estranee alla danza, senza una mezza
idea interessante, e men che meno sulla coreografia, troviamo:
"L’intelligentsia
di sinistra, quelli per i quali la cultura si scrive con
una K, mi rimproverano di essere un artista mondano. Io
rappresento ai loro occhi quello che loro chiamano "establishment".
Ma che cosa vuol dire, di preciso? Aver successo? Successo
in che cosa? In un’opera che il pubblico apprezza? È
da biasimare..?"
A parte l’idea bizzarra
di una cultura di sinistra nel mondo della danza, che non
ha ancora una bussola sulle proprie questioni di base, figurarsi
in politica, il punto di vista di Petit è chiaro.
E poi:
"L’allegria, le
risa incontenibili, i pianti, i sospiri, i rimorsi, l’odio,
la bontà, gli sguardi frivoli, la vendetta e l’amore,
senza dimenticare la morte, si danno la mano per fare teatro..."
Ecco tutto Roland Petit.
Ma era già nelle parole di Irène Lidova del
1952 (nel suo libro 17 visages de la danse française):
" Roland Petit non
appartiene al mondo del balletto, è un artista a
parte, che attinge la sua ispirazione da tutto ciò
che l’arte teatrale ha di più attuale, di più
inedito. Gioca d’azzardo col successo, ha orrore dei sentieri
battuti, vuole ancora colpire e stupire, magari sprecando
le sue qualità più preziose. Ma quando troverà
il suo vero volto e capirà la serietà del
suo compito, darà al balletto francese la sua autorevolezza
e il suo talento caldo e vivo."
Roland Petit aveva allora
28 anni. Oggi, dopo una così lunga carriera non ancora
conclusa, forse ci si può chiedere ancora se quella
speranza un po’ profetica si sia avverata fino in fondo.
Alfio Agostini
(BallettoOggi n°194 – Agosto 2008)

Cuba,
alla prova del festival
Il
21° Festival Internazionale del Balletto dell’Avana, nel
novembre scorso, è stato meno ricco del solito di
ospiti stranieri, vista la situazione economica, ma ha offerto
un concentrato d’attività del Balletto Nazionale
di Cuba e aperto il campo a osservazioni e discussioni tra
chi ha a cuore le sorti di questa grande compagnia, diretta
come sempre da Alicia Alonso
I
nostri lettori di lunga data sanno che BallettoOggi
– e io stesso particolarmente – abbiamo avuto sempre un
debole per il Balletto di Cuba, per la sua scuola, per i
suoi festivals e per la sua diva e direttrice Alicia Alonso.
Al di là del gusto e dell’affetto speciale che desta
in me come in molti al mondo il carattere singolarissimo
del balletto cubano, mi è sempre parso un vero miracolo
– in un mondo dove un rapace e squallido "liberismo"
economico (ed etico) lascia abbandonati a se stessi i beni
comuni come l’arte e la cultura – che una compagnia e una
scuola di balletto di così grande qualità
siano nate quasi dal nulla in una lontana isola caraibica,
tormentata da problemi economici, politici e perfino militari.
(Non dimentichiamo che da cinquant’anni, dalla rivoluzione
guidata da Fidel Castro che vi ha stabilito un regime che
dura tuttora, Cuba è in stato di difesa permanente
e stretta da sanzioni economiche, soprattutto dopo il disgregamento
dell’alleata Unione Sovietica).
Eppure,lì
lo stato ha creduto nella sua più grande artista,
Alicia Alonso, e le ha dato la possibilità di formare
una compagnia e una scuola che non soltanto sono un’istituzione
essenziale in Cuba, seguita con passione dal suo popolo,
ma hanno disseminato i propri artisti nei teatri di mezzo
mondo, come hanno fatto i Russi, e più dei Francesi
e degli Italiani, per non dire degli Inglesi, i quali, nonostante
le sussiegose pretese, nel mondo del balletto non contano
niente e godono perfino in casa loro, nelle loro reali e
nazionali compagnie, di artisti quasi tutti stranieri.
Altro
prodigio nel prodigio, date le condizioni del Paese, è
il Festival Internazionale di Balletto dell’Avana, che si
tiene ogni due anni nella capitale cubana, entusiasmando
il pubblico locale e attirando osservatori da tutto il mondo.
Numerosi sono sempre gli artisti, i gruppi e i coreografi
ospiti, spesso interessanti e nuovi per noi europei (ce
ne parla in queste pagine la nostra sodale in cubanofilìa,
Elisa Guzzo V.). Ma in verità l’interesse principale
del festival sta nel concentrato dello stesso Balletto Nazionale
di Cuba, che si presenta a tutto campo, nel repertorio classico
e in nuove produzioni. L’argomento fondamentale di discussione
è dunque, da sempre ma oggi più che mai, lo
stato di salute del balletto cubano.
I
più critici (per non dire i nemici, anche sul piano
politico) trovano che la qualità della compagnia
sia in calo, che i migliori danzatori debbano fuggire all’estero,
che il repertorio sia mal curato nei classici e insulso
nelle creazioni, che Alicia Alonso, per età e salute
(si sa che è praticamente cieca) non sia più
in grado di dirigere la compagnia, che dovrebbe passare
in altre mani.
Ora,
dopo aver tanto visto e conosciuto il Balletto di Cuba,
e dopo quest’ultimo festival che ce ne ha mostrato le condizioni
attuali, mi sembra di avere un’opinione chiara su quei punti
critici.
Sarà
vero che la compagnia non abbia oggi le personalità
di trent’anni fa (cosa che si può dire di molte compagnie
di balletto al mondo) anche perché perde continuamente
i suoi migliori, che cercano all’estero non già la
"libertà" (piccola ipocrisia, scusabile,
per trovare più facile accoglienza soprattutto negli
Stati Uniti) ma più guadagno e successo e indipendenza
personali. Lorna e Lorena Feijóo, José Manuel
Carreño, Carlos Acosta (tutti comunque emigrati legalmente)
e altri li hanno trovati, ma per molti è stato un
miraggio. Un doloroso fallimento, per lui e per tutti i
suoi già numerosi fans nel mondo del balletto, è
stato quello di Rolando Sarabia, danzatore meraviglioso,
forse – se mi si passa l’esagerazione – il più dotato
danzatore classico al mondo, che ha "disertato"
tre anni fa da Cuba e oggi è semplicemente sparito
dalla scena internazionale. E altri come lui.
Quel
che "resta" al Balletto di Cuba è meno
di quel che potrebbe esservi, ma non è poco. Viengsay
Valdés, protagonista di questo festival, non avrà
i piedi perfetti che si pretendono oggi, ma ha una presenza
scenica d’irresistibile vicacità e una tecnica virtuosistica
sbalorditiva, negli equilibri e nei giri interminabili.
Il suo "Nero" nel Lago dei Cigni (visto
qui in una produzione "popolare" nella piazza
della Cattedrale dell’Avana) ha pochi rivali al mondo. Altra
stella del momento è Annette Delgado, più
adatta a Giselle (considerato "il classico"
cubano, nella versione di Alicia Alonso, rivista ora nel
sontuoso Gran Teatro). Côté garçons,
Yoel Carreño è il giovanile ma già
consolidato ballerino di punta nei ruoli "nobili",
ma brillante virtuoso come tutti i Cubani; lo stesso, ma
con più forza e meno grazia, si può dire del
più giovane Romel Frómeta.
Quanto
all’insieme della compagnia e alla cura del repertorio,
mi faccio forte del parere del mio buon amico Frank Andersen,
direttore finora del Balletto Reale Danese e quindi grande
esperto del balletto classico-romantico, che in questo festival
ha rimontato il terzo atto di Napoli di Bournonville
per un bel gruppo di giovani danzatori cubani, con risultati
che hanno entusiasmato lui stesso oltre che il pubblico;
e come spettatore, dopo una serata di Giselle, mi
ha detto in tutta convinzione che secondo lui nessuna compagnia
al mondo, oggi, danza tanto bene questo balletto.
Ultimo
punto critico, la successione di Alicia Alonso (che abbiamo
trovato presente, lucida e autorevole come sempre alla testa
sua compagnia). In un eccezionale e discusso reportage del
New York Times sul Balletto di Cuba, un paio d’anni
fa, alla domanda se si pensi a un prossimo direttore, Alicia
Alonso rispose seccamente che la questione non si pone,
il Balletto di Cuba ha già un direttore. Ora, a parte
la comprensibile possessività di un carattere formidabile
nei confronti della sua creatura, il problema qui non è
un semplice cambio generazionale. Se il successore è
tra gli attuali maestri assistenti o coreografi (né
si vedrebbe un estraneo, che disperderebbe le caratteristiche
del balletto cubano); e se essi, avendo il bene della vista,
non vedono né correggono i difetti grossolani di
gusto che affliggono le produzioni cubane, allora la direzione
di uno di loro sarebbe un disastro ben peggiore dello status
quo.
Senza
il potere aggregante, il prestigio e la determinazione di
Alicia Alonso, il Balletto Nazionale di Cuba rischia di
diventare una compagnia qualunque, in balìa delle
idiozìe di qualche ex ballerina o maestra o delle
avventure di qualche danzatore in carriera, privi della
cultura, della competenza (artistica e non solo tecnica)
e dell’esperienza necessarie. Sarò poco audace, ma
mi sembra un rischio da correre il più tardi possibile,
in attesa che appaia qualcuno in grado di riportare la compagnia
cubana a quel che essa era diventata sotto la guida di Alicia
Alonso.
Alfio
Agostini
(BallettoOggi
n°198 – Febbraio 2009)

Ritorna
Coppélia
Creato
all’Opéra di Parigi da Arthur Saint-Léon nel
1870, sulla squisita partitura di Léo Delibes, "Coppélia"
è diventato poi uno strano caso di classico del balletto.
Molto amato dal pubblico ma anche trascurato e minimizzato
dai direttori di compagnie, nonostante la tradizione franco-russa
lo abbia condotto felicemente ai giorni nostri. Ora è
tornato alla ribalta con due nuove produzioni alla Scala
di Milano e al Teatro Bolshoi di Mosca, di cui ci parlano
qui Elisa Guzzo Vaccarino e Marc Haegeman. Per rintracciare,
invece, la "fortuna" di questo balletto tardo-romantico
non potevamo non affidarci a un "coppeliologo"
doc come Roger Salas
Sono
sorte recentemente in varie parti del mondo nuove produzioni
di Coppélia, le ultime a Mosca e a Milano.
Ma quale misteriosa ragione ha risvegliato questo repentino
interesse per un balletto tardo-romantico, considerato spesso
come opera minore e perfino snobbato? Coppélia,
oltre a fregiarsi di quella che è una delle più
belle partiture di balletto di tutti i tempi (composta da
Léo Delibes), ha dimostrato come l’essenza e le peculiarità
di un’opera, nelle sua concezione classica, possano continuare
a vivere e possano trascendere il loro tempo per essere
rappresentate ancor oggi con una solida garanzia di successo.
Così
come Giselle è una grande tragedia, Coppélia
è una grande commedia. Ed è probabile che
il pubblico di oggi sia meglio disposto verso la commedia
che verso la tragedia. Anche se Coppélia è
una commedia con un curioso e complesso sfondo psicologico:
infatti, il racconto di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (Der
Sandmann, "L´uomo della sabbia") che ispirò
il libretto di Charles-Louis-Étienne Nuitter nel
1870, quando il balletto fu creato dal coreografo Arthur
Saint-Léon, ebbe le attenzioni di Sigmund Freud,
che gli dedicò una riflessione nel suo saggio sul
perturbante (Das Unheimliche, 1919).
Coppélia
piace a tutti, tanto ai "ballettomani scientifici"
quanto ai "ballettomani fanatici". Ed è
anche vero che i protagonisti, Swanilda e Franz, sono più
vicini a Lise e Colas della Fille mal gardée
che non agli eroi e alle eroine del Romanticismo. Sono giovani
allegri e innamorati, coinvolti in azioni concrete, non
già vittime di magici sogni o di incubi tragici.
D’altro
canto, la genesi della materia propriamente coreutica di
Coppélia è ben nota e chiara, sappiamo
da dove viene e come è giunta a noi: cosa che rende
senza senso l’operazione di quei coreografi di oggi che
vogliono ignorarla a tutti i costi e che pretendono anzi
di "migliorare" la tradizione franco-russa che
negli anni ha accumulato e ci ha trasmesso una materia di
danza bellissima.
Tra
gli altri meriti, Coppélia è il primo
balletto che introdusse in modo organico e con una certa
autenticità mazurche e czardas stilizzate, cosa che
in precedenza era riservata unicamente alle danze spagnole
della Escuela Bolera. Ma neanche in Coppélia
manca, nel secondo atto, un delizioso breve ma intenso bolero
spagnolo.
E
Coppélia è il crogiolo di grandi Swanilde,
da Anna Pavlova ad Alicia Alonso (senza dubbio il suo ruolo
migliore) passando per Alexandra Danilova, Natalia Makarova,
Antoinette Sibley o Carla Fracci (magnifica e spumeggiante,
debuttò con Erik Bruhn nella versione di Enrique
Martínez per l’American Ballet Theatre nel 1968).
Si
dice che su Coppélia pesi una maledizione:
il coreografo Arthur Saint-Léon morì d’infarto
poco dopo il debutto; la prima Swanilda, Giuseppina Bozzacchi,
morì di vaiolo durante la guerra franco-prussiana
tre mesi dopo la prima del balletto e così altri
che presero parte alla creazione. E non è questo
un paradosso? Coppélia non è forse
sinonimo di allegria, di scherzi giocosi conchiusi da un
finale felice? E così la ricordava George Balanchine
che, bambino e poi giovane uomo, danzava la mazurca nel
Balletto Imperiale al Teatro Mariinsky di San Pietroburgo.
Sicché, quando Balanchine, nel 1974 (altro anno in
cui sorsero varie "Coppélie" in mezzo mondo)
dovette programmare un balletto a serata intera per il New
York City Ballet, non esitò a rimontare Coppélia
e per farlo chiamò Alexandra Danilova.
Le
"Coppélie" che vediamo oggi sono le "nipotine"
delle versioni del passato. Basti dire che quando Cynthia
Gregory e Ted Kivitt andarono all’Avana nel 1974 per danzare
proprio Coppélia portando con sé la
memoria della versione di Martínez appresa all’ABT
si ritrovarono a danzare quella di Alicia Alonso che coincideva
all’80 % con quella di Martínez. Nulla di più
logico. Entrambe appartenevano allo stesso albero genealogico-coreutico.
Rudolf
Nureyev (che danzò la versione di Bruhn) disse: "Coppélia
può forse essere infantile ma non stupida".
E qui ritroviamo un’altra chiave dell’interesse attuale
per questo balletto: la sua storia non è affatto
arbitraria, salvo il fatto che gli automi sono passati di
moda come giochi per bambini, sostituiti dalla console Nintendo
e da altri marchingegni elettronici. D’altro canto, in verità,
Coppélia non è mai scomparsa dal repertorio,
come altri balletti storici, tanto che esistono "Coppélie"
moderne molto rispettabili, come quelle di Roland Petit
o di Maguy Marin, che moltiplica in serie la bambola (o
quella di Michel Descombey, che, nel finale, trasportava
via l’eroina su una mongolfiera con il suo amato Franz).
In
parte per la sua stupenda partitura, in parte per la semplicità
e la componente poetica della sua storia, Coppélia
è destinata a non lasciarci mai.
Roger
Salas
(BallettoOggi
n°200 – Maggio 2009)

Balletto
Nazionale della Cina
Danzano
le peonie…
Il
padiglione delle peonie – cor. Fei Bo, mus. Guo Wenjing
Hong
Kong, Cultural Centre
Il
Balletto Nazionale della Cina ha aperto quest’anno lo Hong
Kong Arts Festival con un nuovo balletto a serata intera,
Il padiglione delle peonie, che aveva debuttato a
Pechino nel maggio dello scorso anno. Fei Bo, un giovane
coreografo cinese di talento, ha così trasposto questo
famoso dramma cinese del 16o secolo in un balletto in due
atti e un prologo, della durata di due ore.
La
vicenda racconta di una ragazza di una ricca famiglia, Du
Liniang, che si innamora del bel Liu Mengmei, che le appare
in sogno. Dopo la morte, Du è condotta all’inferno,
ma il suo amore commuove il giudice degli inferi che la
riporta nel mondo dei mortali perché sposi il suo
Liu.
Come
novità, Fei Bo ha aggiunto due personaggi femminili
che sarebbero l’alter ego di Du – una dea dei fiori e una
cantante d’opera cinese. La coreografia di Fei Bo, piuttosto
fluente e soprattutto ad effetto, raggiunge il culmine nei
due duetti più importanti. Il passo a due del sogno
nel primo atto è estatico con lifts spettacolari.
E il passo a due finale con la riunificazione dopo che Du
è tornata dagli inferi è tenero e toccante.
Il
corpo di ballo, nei Fiori del primo atto, è stato
gradevole. All’inizio del secondo atto c’è un lungo
assolo di Liu alla ricerca di Du e la scena all’inferno
ha una sua vivacità teatrale. Il finale con le nozze
e l’intero cast, su alcuni estratti dalle Feste
romane di Ottorino Respighi, è gioioso e spettacolare.
Alla
prima i ruoli protagonistici sono stati danzati in modo
eccellente. Nell’esigente ruolo femminile centrale di Du
che è costantemente in scena ed è il punto
focale del dramma, Zhu Yan è stata splendida. Hao
Bin era strepitoso nel ruolo del bell’amante Liu. Zhang
Jian ha danzato meravigliosamente nella dea dei Fiori.
Il
corpo di ballo femminile ha danzato con grazia e con uniformità
di linee. La cantante d’opera Zhang Yuanyuan è stata
impressionante. GuoWenjing ha composto per il balletto una
musica di buona qualità incorporandovi estratti di
altri compositori tra i quali Claude Debussy e Maurice Ravel.
Le scene di Michael Simon sono notevoli: il primo atto è
dominato da una piattaforma bianca collocata nel mezzo della
scena, che rappresenta il padiglione delle peonie, costantemente
alzato o abbassato o lasciato pendere da diverse inclinazioni.
Dopo
il successo di un balletto di tema tipicamente cinese (Lanterne
rosse, che debuttò nel 2001), eccoci nuovamente
di fronte a un altro balletto di tema cinese con la compagnia
nazionale, che celebra quest’anno il suo 50° anniversario.
Kevin
Ng
(BallettoOggi
n°200 – Maggio 2009)

Balletto
Nazionale Norvegese
Cigni
norvegesi sul lungomare di Oslo
Il
Balletto Nazionale Norvegese in questi ultimi vent’anni
ha messo le ali ed è cresciuto notevolmente. Si tratta
della prima e unica compagnia di balletto della Norvegia,
rimasta per molti anni nell’ombra dei due grandi e antichi
complessi scandinavi, il Balletto Reale Danese e il Balletto
Reale Svedese, le cui origini risalgono al Settecento, mentre
la compagnia norvegese è molto giovane.
Dopo
l’insediamento di alcuni pionieri alla metà del Novecento,
la compagnia fu fondata ufficialmente nel 1958 ed ha così
appena celebrato i suoi cinquant’anni. I festeggiamenti
hanno avuto luogo nel nuovo teatro d’opera e balletto; inaugurato
l’anno scorso e situato sul lungomare di Oslo, è
un edificio eccezionale: una sorta di immenso iceberg galleggiante
affacciato sull’acqua e costruito in modo da poter passeggiare
sul tetto. E questa passeggiata, che è diventata
un punto d’attrazione tanto per i Norvegesi quanto per i
turisti, non manca di richiamare l’attenzione della gente
sugli spettacoli d’opera e balletto proposti dal teatro.
All’interno
dell’edificio gli architetti dello studio norvegese Snøhetta,
che ha vinto il concorso su 280 partecipanti, hanno realizzato
un prodigio di vetrate, pareti bianche e legno. Tutto in
posizione obliqua: l’idea non è male per predisporre
l’animo del pubblico all’esperienza artistica. Al suo interno
ci sono tre sale – quella principale ha 1400 posti.
Il
repertorio del Balletto Nazionale Norvegese ha sempre spaziato
dal balletto classico alla danza moderna internazionale,
dando anche opportunità al contemporaneo "di
casa". Una pietra miliare per la compagnia è
stato The Tempest di Glen Teltey che dal 1980 e per
i successivi vent’anni è stato il suo marchio di
fabbrica. Le strette collaborazioni con Jirí Kylián
e Paul Lightfoot hanno dato poi alla compagnia un tocco
moderno e il cinquantesimo anniversario è stato celebrato
con Limb’s Theorem di William Forsythe.
Direttori
artistici come Sonia Arova, negli anni Sessanta, Anne Borg,
negli anni Settanta e Ottanta, Dinna Bjørn dal 1990
al 2002, quando ne ha assunto la direzione il norvegese
Espen Giljane, hanno formato una compagnia capace anche
di affrontare i grandi classici.
Stavolta
abbiamo visto Il Lago dei cigni, rappresentato per
la prima volta a Oslo nel 1967 e fino al 1997 nella versione
firmata da Anna-Marie Holmes. La compagnia è composta
da soli 54 danzatori, ma la qualità è di alto
livello. Nel ruolo della Principessa-Cigno danzava l’ospite
lituana Jurgita Dronina. Un cigno bellissimo e delicato.
Piccola di statura, ma con una qualità di danza al
tempo stesso poetica e autorevole, una tecnica morbida e
musicale. Dirk Weysershausen è stato un principe
bello e sicuro, mentre nel ruolo del giullare il giapponese
Gakuro Matsui, dalla tecnica abbagliante, è stato
assai spassoso. Intorno a loro abbiamo visto una compagnia
precisa e presente in scena, che ha fatto di questo Lago
tradizionale un’esperienza emozionante.
Erik
Aschengreen
(BallettoOggi
n°201 – Giugno 2009)

Balletto dell’Opera di
Roma
Fracci
e i Ballets Russes
Les
Ballets Russes/1: Les Sylphides – cor. Michel Fokine,
mus. Fryderyk Chopin; Cléopâtre – cor.
Michel Fokine, mus. Anton Arentsky; Les Biches –
cor. Bronislava Nijinska, mus. Francis Poulenc; Il cappello
a tre punte – cor. Léonide Massine, mus. Manuel
de Falla; L’uccello di fuoco – cor. Michel Fokine,
mus. Igor Stravinsky
Les
Ballets Russes/2: Pulcinella – cor. Léonide Massine,
mus. Igor Stravinsky; La Chatte – cor. George Balanchine,
mus. Henri Sauguet; Parade – cor. Léonide
Massine, mus. Erik Satie; La sagra della primavera
– cor. Vaslav Nijinsky (ricostr. Millicent Hodson), mus.
Igor Stravinsky
Les
Ballets Russes/3: Petrushka – cor. Michel Fokine, mus.
Igor Stravinsky; Jeux – cor. Vaslav Nijinsky (ricostr.
Millicent Hodson), mus. Claude Debussy; L’Après-midi
d’un faune – cor. Vaslav Nijinsky, mus. Claude Debussy;
Shéhérazade – cor. Michel Fokine, mus.
Nikolai Rimsky-Korsakov
Roma,
Teatro dell’Opera
Nell’arco di ventotto giorni,
fra aprile e maggio scorsi, la compagnia di balletto del
Teatro dell’Opera di Roma diretta da Carla Fracci ha proposto
uno speciale festival, per celebrare il primo centenario
dell’apparizione a Parigi dei "Ballets Russes".
Impresa di notevole portata, prevista nei nove anni scorsi
con la progressiva ripresa e messa a punto di un certo numero
di coreografie del repertorio di Diaghilev, alle quali si
sono aggiunti in quest’occasione altri titoli (Les Sylphides,
Les Biches e la re-invenzione di Cléopâtre).
Un’impresa che la Fracci
ha guidato personalmente, sia affrontando direttamente la
responsabilità di riallestire Les Sylphides
(un compito egregiamente portato a termine, nel solco della
migliore tradizione, che prevede il passaggio diretto, da
interprete a interprete, della coreografia) sia il ruolo
di interprete di due dei titoli in programma Jeux
e L’Après-midi d’un faune.
Difficile riferire, in
poche righe, gli esiti di un’impresa coreograficamente e
musicalmente tanto vasta. Meriterebbe una cronaca dettagliata
e una disamina puntuale dei vari punti di forza e delle
eventuali debolezze (fatto salvo l’indubitabile interesse
storico) di ricostruzioni e re-invenzioni, che riguardano
a volte testi coreografici andati perduti molto tempo fa.
L’impressione complessiva è quella di un’operazione
di notevole valore, che ha galvanizzato, oltre che egregiamente
valorizzato, la compagnia romana, inserendo con intelligenza
un certo numero di ospiti di prestigio e consolidando adeguatamente
il repertorio – finalmente ricostruito nei dieci anni di
direzione della Fracci – nel suo versante novecentesco.
Un’operazione, tra l’altro, accolta benissimo dal pubblico,
che ha fatto registrare anche degli esauriti e che ha fruttato
alla compagnia un invito a New York (per la ripresa de La
Chatte balanchiniana). L’impresa è stata organizzata
al meglio delle possibilità obiettivamente disponibili,
sfruttando la breve "pax romana" di cui il Teatro
dell’Opera della capitale italiana ha goduto negli ultimi
anni, dopo decenni infami che hanno portato sull’orlo del
tracollo e rischiato di distruggere a Roma la tradizione
del balletto.
Ma le burrasche, già
nel corso di questa splendida stagione, sono ormai ricominciate.
E di nuovo la sorte del ballo è appesa a un filo.
Forse ancora solo al prestigio internazionale di un’artista
come la Fracci che, si spera, verrà risparmiata.
Donatella
Bertozzi
(BallettoOggi n°201 – Giugno 2009)

Balletto di Amburgo
Il
Padiglione di… Nijinsky
Il
filgliol prodigo – cor. George Balanchine, mus. Serghei
Prokofiev; Le Pavillon d’Armide –cor. John Neumeier,
mus. Nikolai Tcherepnin; Le Sacre du printemps –
cor. Millicent Hodson, da Vaslav Nijinsky, mus. Igor Stravinsky
Amburgo
(Germania), Staatsoper
In chiusura delle "Giornate
della danza", il Balletto di Amburgo diretto da John
Neumeier, oltre al tradizionale "Gala Nijinsky",
ha presentato una serata in omaggio ai Ballets Russes.
Il programma includeva anche
l’ultima creazione di Neumeier, Le Pavillon d’Armide
(titolo del balletto di Michel Fokine che figurava nel primo
spettacolo dei Ballets Russes a Parigi, il 19 maggio del
1909 al Théâtre du Châtelet e che ebbe
Nijinsky come protagonista). All’interno della creazione
è incastonato il pas de trois del Pavillon
originale "ricostruito" da Alexandra Danilova
nel 1975, oltre alla "Danza Siamese" da Les
Orientales (1910), sempre di Fokine e altro feticcio
di Nijinsky.
Per Neumeier il padiglione
del titolo è quello del sanatorio Bellevue a Kreuzlingen
in Svizzera, dov’era internato Nijinsky. "Le Pavillon
de… Nijinsky", dunque, è il terzo balletto che
Neumeier crea ispirandosi alla vita e alla personalità
del grande artista, dopo Vaslav (1979) e Nijinsky
(2000). Sentimentale? Nostalgico? Sicuramente emoziona,
cosa in cui Neumeier è maestro e che sa fare con
pochi passi e gesti, aiutato da ballerini che rispondono
alle esigenze espressive del coreografo quali strumenti
a lui affini: il poderoso Otto Bubenicek nel ruolo di Nijinsky,
la sottile Joëlle Boulogne che è Romola (la
moglie di Nijinsky) e pure Anna Pavlova, l’eclettico Ivan
Urban nel ruolo del medico e in quello di Diaghilev, oltre
a un virtuoso Yohan Stegli nella "Danza Siamese"
e un meraviglioso Alexandre Riabko nel pas de trois.
Rispetto al precedente Nijinsky,
questo Pavillon sarebbe un divertissement?
L’importante è che il racconto funzioni, i flashbacks
ritrovino la loro logica, se non nel presente, nei meandri
di quella personalità umana e artistica enigmatica
che fu il ballerino.
Quanto al resto, nulla da
segnalare per Il figliol prodigo di Balanchine (1929),
che il Balletto di Amburgo ha nel suo repertorio, a parte
il giovane Alexandr Trustch nel ruolo protagonistico, una
rivelazione. Ancorché non alto, ha una personalità
che gli permette di imporsi sulla scena.
Nulla di nuovo neppure per
Le Sacre du printemps di Millicent Hodson (1987),
ispirato all’originale di Nijinsky. Ma il contrasto, nel
programma, tra la struttura depurata di Balanchine, la teatralità
di Neumeier (punteggiata dal classicismo della "ricostruzione"
della Danilova del pas de trois), e, infine, l’en-dedans
radicale del Sacre e i 123 salti in verticale
della sua Vergine Eletta, fa forse di Nijinsky ancora il
più moderno dei tre.
Isis
Wirth
(BallettoOggi
n°203 – Ottobre 2009)

Divi
in carta patinata
Sylvie
Guillem e oggi Roberto Bolle hanno imposto un nuovo tipo
di stella del balletto, più vicina alla moda che
all’arte. Bellissimi, tecnicamente ammirevoli, questi nuovi
divi sono applauditi dal grande pubblico per una sorta di
adorazione estetica, qualunque cosa danzino. Giornali, televisione,
pubblicità, sono ovviamente le basi del loro successo.
E anche i libri fotografici, che non possono celebrare altro
che la loro bellezza fisica
È
quasi una mutazione genetica. Dopo Sylvie Guillem e oggi
Roberto Bolle, le due superstar che hanno imposto un nuovo
divismo per il terzo millennio, l’immagine della ballerina/ballerino
alla moda ha preso nuove caratteristiche. Basti dire che
c’è stato e c’è un pubblico che va a vedere
Sylvie e Roberto qualsiasi cosa danzino. Sono i fans
del loro nuovo tipo di bellezza, molto simile a quella delle/dei
top model da rivista patinata e da TV, condita però
dalla speciale maestria del movimento danzante. Questi fans
dei divi di oggi sono soprattutto cultori del corpo bello,
fenomenale, un po’ "mostruoso".
Ballerini-miracolo
di perfezione estetica, secondo i canoni odierni, Sylvie
e Roberto sono star da ammirare senza condizioni, da imitare
eventualmente da parte delle nuove generazioni ovunque nel
mondo, Russia compresa, là dove la tradizione finora
ha insegnato a puntare su altri valori, distinguendo i danzatori
per temperamento, fisicità, ruoli. Vale a dire che
nessun interprete era chiamato a danzare di tutto, ma solo
ciò per cui risultava più adatto, o per lirismo
o per brillantezza. Non così all’ovest, dove conta
"il nome" di richiamo per il grande pubblico;
e poi balli come gli pare quel che c’è in cartellone.
In
occidente Guillem e poi Bolle hanno segnato una nuova frontiera.
A questo hanno certamente contribuito le foto su tutti i
media e i libri fotografici celebrativi. Lei, con la sua
nudità chic, si è ritratta usando l’autoscatto
e diffonde la sua aria da prediletta da Tersicore con le
istantanee realizzate del fidanzato, Gilles Tapie, approvate
una per una da lei stessa. Il libro-ritratto Invitation
che Sylvie ha promosso nel 2005 – a 40 anni d’età
– è un record, pesa più di 5 kg. Una sfida
alla tenuta degli scaffali di casa.
Lui
ha all’attivo due volumi di foto, Roberto Bolle alla
Scala e il recente Roberto Bolle, An athlete
in tights – già, proprio così, un atleta
in calzamaglia – foto di Bruce Weber, ben noto per il suo
lavoro nella moda, che celebrano il mito antico di Narciso
con il look contemporaneo più patinato.
Sylvie,
prima di entrare alla scuola dell’Opéra di Parigi,
praticava la ginnastica artistica; Roberto ultimamente sembra
aver frequentato molto la palestra, oltre alle classi di
danza.
Entrambi
giocano con la pubblicità, di orologi o di moda che
sia. E così, alla fine, non c’è chi non li
conosce, ovunque nel mondo.
Nasetto
alla francese e lunghi capelli rossi lei, occhioni blu e
riccioli neri da italiano lui; entrambi sono alti, ben proporzionati
nella muscolatura elegante. Ma entrambi sono idoli freddi,
senza emozione. Basta vedere il Boléro béjartiano
di ghiaccio dell’algida étoile parigina (adesso
inglese). Tecnicamente agguerriti, hanno dettato uno stile
inedito. Sylvie ha fissato il gusto per ballerine longilinee,
con gambe di elevazione inusitata, fin oltre le orecchie,
sia che danzi Giselle – dove non sarebbe richiesto,
anzi è sbagliato – sia che danzi Forsythe, il suo
coreografo ideale in quanto maestro della estremizzazione
delle linee del corpo accademico. Ma per le platee quel
che conta è lei, non la sua interpretazione.
Roberto
Bolle ha indossato i ruoli del grande repertorio classico-romantico,
spesso nelle versioni di Rudolf Nureyev, con aria immutabilmente
principesca, anche quando dovrebbe caso mai nasconderla:
è il caso di Albrecht, nobile sotto le mentite spoglie
di un paesano, nel primo atto di Giselle.
Sylvie,
con una certa arroganza ingenua, ha voluto mettere mano
al repertorio, per "ammodernarlo" a modo suo.
In questo senso la sua Giselle stile Grace Kelly
ha funzionato più che altro al botteghino e non può
certo competere né con quella classica né
con quella davvero diversa e geniale di Mats Ek, il quale
peraltro le ha dato un ottimo piccolo pezzo, Smoke,
insieme a Niklas Ek.
Se
Sylvie ha cercato una nuova strada misurandosi con la danza
contemporanea, accanto a Russell Maliphant e ad Akram Khan,
Roberto non sembra a suo agio in balletti moderni, nemmeno
in Le Jeune Homme et la Mort di Roland Petit. Balla
benissimo, ma senza le sfumature emotive necessarie. A 35
anni, con un fisico possente, difficile da "mantenere",
dovrebbe forse preoccuparsi del futuro, di nuovi orizzonti,
al di là dei classici? Chissà se si pone il
quesito, mentre si trova sulla cresta dell’onda…
Ad
ogni modo, entrambi sono sempre se stessi, Sylvie Guillem
e Roberto Bolle, con il loro corpo "impostato"
una volta per tutte, non veramente flessibile a nuove forme
di coreografia, ma soprattutto con la loro "impostazione"
intellettuale e psicologica.
Ma
che cos’hanno di diverso dalle star di ieri? In qualche
modo, corrispondono alle nuove regole del "mercato"
e anzitutto della "comunicazione". Occorre visibilità,
ai limiti della sovraesposizione; non guasta qualche polemica,
sul carattere difficile di Sylvie, sui gusti sessuali detti/nascosti
di Roberto, e un alone di invidioso stupore sui cachets,
i più alti del mondo, per una vita favolosa, sempre
in viaggio.
In
questo modo i teatri che invitano le superstar di oggi riempiono
la sala, con opportune campagne giornalistiche e televisive
che confermino che si tratta dei migliori, i più
belli, i più bravi, i più "glamour".
Le interviste stiracchiate, per l’ovvia afasia di persone
"autocentrate" come loro – occupate a tempo pieno
a lavorare sul proprio corpo scenico – nelle quali si tenta
di chiedere loro che cosa facciano quando non ballano, completano
spesso comicamente l’opera di diffusione planetaria del
mito.
Tutt’altra
faccenda rispetto a un Rudolf Nureyev, che sfuggiva i giornalisti
e strappava le foto, artista leggendario per il sottrarsi,
e in questo divo vero. E lo stesso valeva, in altro modo,
per Carla Fracci, così familiare e popolare, così
diva e insieme moglie e madre, donna vera nel rivolgersi
al suo pubblico, e così inarrivabile per istinto
d’artista unica come Giselle o come Silfide.
Diva,
ma questa parola non basta per lei, era ed è Alicia
Alonso, artista eccelsa devota alla sua arte fino a sacrificarle
la vista e il corpo, e in più leader nella
politica culturale del suo Paese, coreografa, direttrice
di scuola e compagnia, unica e inimitabile.
I
divi russi, Vassiliev, Plisetskaya, Makarova, Baryshnikov,
erano imprendibili, per le frontiere serrate e la lingua
ostica ai più; senza dimenticare l’abitudine a reprimersi
e a tacere sotto il regime sovietico.
Ogni
stella del secolo scorso aveva un alone magico di irraggiungibilità.
Il punto era la loro arte, non la diffusione mediatica.
Se poi Makarova e Baryshnikov sono diventati americani,
non hanno smesso la loro riservatezza, serissimamente impegnati,
lei a rimontare il repertorio, lui a danzare splendidamente
il contemporaneo.
E
i "divi" di oggi, dunque? Sono, in un certo senso,
star di plastica, costruite dal mercato del balletto e non
solo. Sarà comunque un bene, perché così
il "vecchio" balletto non muoia? Forse, ma il
fatto è che quando appare in scena un’artista dell’anima
come Uliana Lopatkina, si avverte la grande differenza.
Meno male.
Elisa
Guzzo V.
(BallettoOggi n°206 – Gennaio 2010)

Balletto
dell’Opera di Berlino
La
rinascita della Péri
La
Péri – cor. Vladimir Malakhov, mus. Friedrich
Burgmüller
www.staatsballett-berlin.de
Berlino,
Staatsoper Unter den Linden
Nelle loro "versioni"
dei balletti dell’Ottocento, nulla accomuna Vladimir Malakhov,
stella e direttore del Balletto dell’Opera di Berlino, a
Pierre Lacotte, il maestro del romanticismo coreografico.
Se Lacotte s’impegna a ricostruire il più fedelmente
possibile i passi dimenticati, Malakhov vuol essere fedele
più allo spirito che non alla lettera.
Era molto tempo – ci spiega
Malakhov stesso – che pensava di rimettere in scena La
Péri, balletto del 1843. Una volta avuta la partitura,
il sogno è diventato realtà. L’oscillazione
tra questi due stati di coscienza è peraltro propria
al balletto romantico. E anche La Péri – soggetto
del poeta Théophile Gautier – è centrata sull’opposizione
tra terrestre e celeste, tra amore sensuale e amore spirituale.
Per creare la coreografia,
Malakhov ha tenuto in considerazione principalmente due
elementi: la musica, evidentemente, di Friedrich Burgmüller,
un compositore tedesco che ha lavorato perlopiù a
Parigi, e l’iconografia romantica, il cui fascino è
accentuato dal tempo che passa. Di Burgmüller oggi
conosciamo solo il passo a due cosiddetto "dei contadini
", inserito nella partitura di Adolphe Adam nel primo
atto di Giselle. E il meno che si possa dire è
che la sua musica non ha la finezza di quella di Adam, né
tantomeno di quella di Ciaikovsky. Ma l’arrangiamento proposto
qui da Roland Bittmann e Torsten Schlarbaum – con introduzione
di pagine per pianoforte e orchestra – funziona perfettamente
sotto la direzione di Paul Connelly (alla testa della Staatskapelle
Berlin).
Sui piani coreografico e
drammaturgico, questa Péri non ha niente di
veramente originale. Un bel lavoro, certo. Ma non ci si
darà pena a cercare una qualunque interpretazione
di questo rifiuto dell’amore carnale (Nourmahal, interpretata
da una voluttuosa Beatrice Knop) a vantaggio dell’amore
platonico (la Péri, la divina Diana Vishneva, del
Teatro Mariinsky di San Pietroburgo).
Il
personaggio di Achmed (danzato dallo stesso Malakhov) non
si distingue affatto dalle altre grandi figure del balletto
romantico: Albrecht, James o, più tardi, Siegfried.
Se non fosse per una differenza importante: qui, l’eroe
non sopravvive al suo amore ideale! Ma grazie alle scene
sobrie e raffinate di Jordi Roig – la prigione mostra motivi
assiri e i due atti che seguono un paesaggio "alla
turca" – e a un magnifico corpo di ballo, questo viaggio
ci regala momenti assai piacevoli. E mette particolarmente
in valore il trio scintillante Vishneva-Malakhov-Knop.
Jean
Pierre Pastori
(BallettoOggi
n°208 – Aprile 2010)

Preljocaj
di casa all’Opéra
Angelin
Preljocaj è uno dei pochi coreografi di oggi in Francia
che può creare anche per i danzatori di una compagnia
di balletto. È ritornato così a lavorare all’Opéra
di Parigi dove ha presentato "Siddharta", la sua
quarta creazione per la grande compagnia parigina. Una storia
d’amore cominciata nel 1994 con un bel successo: "Le
Parc". Ma che, a giudicare da questo nuovo lavoro,
sta attraversando un momento di crisi…
Pochi
sono i coreografi di oggi che possono permettersi di creare
tanto per ballerini di formazione classica quanto per danzatori
"contemporanei" (cioè, danzatori con una
formazione diversa dal classico). Angelin Preljocaj, coreografo
a tutto tondo, passa agevolmente dagli uni agli altri. Una
parte di questa sua abilità è dovuta, probabilmente,
a una formazione eclettica: partito dalla danza classica,
s’è poi cimentato con l’espressionismo tedesco con
Karin Waehner, per scoprire in seguito la modern dance
americana tramite la lezione di Merce Cunningham, prima
di danzare con la compagnia di Dominique Bagouet, coreografo
della storica "nouvelle danse" francese ma formatosi
alla scuola di Rosella Hightower.
Ecco
spiegato il fatto che alcuni lavori di Preljocaj figurino
nel repertorio delle più grandi compagnie classiche
e che queste non esitino a chiedergli creazioni su misura,
come, ad esempio, il New York City Ballet per il quale ha
firmato La Stravaganza nel 1997 o, più spesso,
il Balletto dell’Opéra di Parigi per il quale ha
appena creato il suo quarto lavoro – senza dire di quei
titoli creati per altre compagnie e poi entrati nel repertorio
della troupe parigina.
Questo
passare da un universo all’altro (universi spesso opposti)
sembra che gli piaccia, dato che, già nel 1990, mentre
creava anche per la sua compagnia, fondata cinque anni prima,
ha messo le punte alla danzatrici dell’Opera di Lione, dove
ha creato un suo Romeo e Giulietta, in stile fumetto
avvenirista, sulla musica di Serghei Prokofiev. E ora sta
preparando un balletto sull’Apocalisse di Giovanni
con dieci danzatori della sua compagnia e dieci ballerini
del Teatro Bolshoi di Mosca. Bell’accostamento, che permette
di fronteggiare il rigore accademico di un codice secolare
alla mutevole versatilità delle formazioni più
moderne.
Ma
è con l’Opéra di Parigi che Prejocaj ha trovato
un’osmosi molto particolare.
La
sua "rilettura" esplosiva delle Noces,
nel 1989, che si avvicina più a un ratto e a un guerra
tra sessi, viene notata da Rudolf Nureyev, allora direttore
del Balletto dell’Opéra. Invitato poco dopo, nel
1993, con la sua compagnia, a partecipare a un omaggio ai
Ballets Russes, rivisita due creazioni dell’epoca di Diaghilev:
Le Spectre de la Rose e Parade.
L’anno
seguente, Brigitte Lefèvre, diventata nel mentre
direttrice del Balletto dell’Opéra, gli propone di
creare un balletto per i danzatori della compagnia. La prima
commissione è un successo: Le Parc. Su musiche
di Mozart con l’aggiunta di una creazione di Goran Vejvoda
e in una scenografia bucolica in cui sotto ogni cespuglio
si nasconde una tentazione d’amore, il nostro coreografo
parte alla ricerca di una nuova arte d’amare dispiegando
tutto un ventaglio di comportamenti amorosi, dalla sublimazione
al libertinaggio, dal soffocamento alla liberazione delle
passioni.
Le
Parc, che ottiene un plebiscito di critica e di pubblico,
ripreso più volte e presentato anche da altre compagnie
internazionali, è premiato al Benois de la Danse.
Quattro
anni dopo, un’altra commissione dell’Opéra è
l’occasione, con Casanova, di una nuova riflessione
sull’amore ma stavolta più melanconica e in un certo
modo "medica". A quell’epoca, il mondo della danza
sotterra ancora i suoi artisti uccisi dall’AIDS, questa
"malattia dell’amore". Non è dunque sul
personaggio mitico di Casanova, libertino impenitente, che
si concentra l’attenzione di Preljocaj, ma piuttosto su
ciò che accade sotto la pelle, sotto i fluidi e gli
umori che circolano voluttuosamente tra i corpi; la soddisfazione
sessuale conduce inevitabilmente alla dissoluzione e alla
disgregazione dei corpi stessi. Ed è un nuovo successo.
Nel
2004, con una nuova generazione di danzatori che entra a
far parte della compagnia, Preljocaj torna a creare per
il Balletto dell’Opéra, in una serata insieme al
coreografo inglese Wayne McGregor. Nasce Le Songe de
Médée, nel quale si fanno notare, nel
ruolo della madre infanticida, in alternanza Marie-Agnès
Gillot e Delphine Moussin, e in particolare Alice Renavand.
Ancora una volta Preljocaj adotta un punto di vista singolare
che considera il mito più nell’ottica dell’ambiguità
dell’amore materno che in quella della gelosia assassina
della moglie tradita.
Queste
creazioni – alle quali dobbiamo aggiungere il duo femminile
Annonciation, il duo maschile Trait d’union,
nonché il lavoro per 12 danzatori-uomini MC 14/22
sottotitolato Ceci est mon corps, entrati in repertorio
rispettivamente nel 1996, nel 2003 e nel 2004 – hanno instaurato
tra Preljocaj e i danzatori dell’Opéra un rapporto
di profonda fiducia e di piacere reciproco. Per Siddharta
l’attesa era dunque grande, paragonabile forse alla frustrazione
che ha poi suscitato il lavoro, a giudicare dalla scarsa
partecipazione dei danzatori.
Pare
proprio che nulla sia mai scontato.
Sonia
Schoonejans
(BallettoOggi
n°209 – Maggio 2010)

The
Royal Ballet
La
ragazza ben custodita… per 50 anni
La
Fille mal gardée – cor. Frederick Ashton, mus.
Ferdinand Hérold
www.roh.org.uk
Londra,
Royal Opera House, Covent Garden
La Fille mal gardée,
capolavoro del "balletto-commedia" di Frederick
Ashton, celebra le nozze d’oro. Questo lavoro – memore dell’umorismo
e della grazia luminosa di Coppélia, con la
sua vicenda divertente e la sua coreografia che lo è
ancor di più – si è guadagnato un posto nel
repertorio di alcune delle maggiori compagnie di balletto
del mondo, niente meno che quella dell’Opéra di Parigi,
quella del Teatro Bolshoi di Mosca e il Balletto Reale Danese.
Ricordo ancora – e come
potrei dimenticarla? – la prima rappresentazione sulla scena
del Covent Garden di Londra nel gennaio del 1960. Sin dalla
prima scena, con il sorgere del giorno e il gallo che conduce
in una gioiosa danzetta le sue galline, il pubblico era
conquistato. Non avevamo alcun dubbio: stavamo assistendo
a qualcosa di straordinario: un balletto spumeggiante, con
un umorismo e un’invenzione coreografica inesauribili, brillante
in tutte le sue componenti.
La vecchia partitura era
stata rivisitata sapientemente da John Lanchbery. Le scene
e i costumi di Osbert Lancaster erano spiritosi, allegri
e perfino toccanti. Le danze create da Ashton sgorgavano
con apparente naturalezza e baldanza, e i danzatori furono
raggianti (Ashton seppe mettere in luce le loro qualità).
Nadia Nerina fu sfavillante, toccò i cuori con l’autenticità
della sua Lise, affiancata da un bravissimo David Blair
nel ruolo di Colas. Alexander Grant ci fece ridere conquistando
la nostra simpatia nel ruolo di Alain, e Stanley Holden
fece della vedova Simone un personaggio davvero divertente
della grande tradizione del teatro popolare inglese, cui
il pubblico si sarebbe affezionato, con la sua deliziosa
e brillante danza degli zoccoli. Gli applausi al calar del
sipario quella prima sera si sarebbero ripetuti negli anni
con sempre rinnovato piacere a tutte le rappresentazioni
cui ho assistito – a Londra a Parigi e a Mosca.
Lo scorso marzo, il Royal
Ballet di Londra ha festeggiato i cinquant’anni della Fille
con una serie di rappresentazioni. Marianela Núñez
è una Lise superlativa, nella danza e nel personaggio,
Carlos Acosta un Colas appassionato, e William Tuckett una
solare, geniale, splendida Madame Simone tutta fronzoli.
Questo capolavoro ha trionfato come sempre accade. E il
genio di Frederick Ashton ha conquistato ancora una volta
i nostri cuori.
Clement Crisp
(BallettoOggi n°209 – Maggio 2010)

Russi,
alla riconquista del mondo
Crollata
la "cortina di ferro", persiste però il
mito del ballerino russo, anche se il mistero che circondava
gli idoli di ieri ha ceduto il passo al fascino "glamour"
della stelle di oggi. Non più rinchiusi nelle Sante
Russie, viaggiano per il mondo, sono ospiti o ballerini
principali delle grandi compagnie d’Europa e d’America ed
entusiasmano ancora schiere di ballettomani
Lo
scorso anno, una giovane ballerina russa ha fatto sensazione
al Metropolitan Opera di New York al suo debutto in Giselle
con l’American Ballet Theatre. L’entusiasmo di pubblico
e critica è stato incredibile. Robert Gottlieb del
New York Observer l’ha sintetizzato così: "Non
si era visto un debutto tanto straordinario all’ABT dai
tempi di Baryshnikov". Stavolta è stata la ventitreenne
Natalia Osipova, oggi étoile (ma allora solista)
del Balletto del Bolshoi di Mosca, ad aver conquistato i
ballettomani newyorkesi.
Non
v’è dubbio dunque che i ballerini russi continuano
ad esercitare un fascino speciale. E anche se sono lontani
i tempi in cui i fans facevano la coda di notte davanti
al teatro per accaparrarsi un biglietto, l’ospite-star
russo resta comunque una seducente e proficua prospettiva
anche per le più grandi compagnie di balletto di
oggi. Basta dare un’occhiata ai forum di balletto su Internet
per rendersi conto che gli artisti russi sono ancor oggi
in grado di suscitare dibattiti animati.
Fino
a non tanto tempo fa i ballerini russi erano ancora dei
miti più o meno come il mostro di Loch Ness o l’abominevole
Uomo delle Nevi. Infatti erano oggetto di conversazione
dei ballettomani dell’Occidente, ma ben pochi di loro potevano
vantarsi di averli visti. Le rare tournées del
Bolshoi e del Kirov, iniziate tra gli anni Cinquanta e Sessanta,
e qualche celebre defezione (Nureyev, Baryshnikov, la Makarova,
i Panov, per citare solo i più famosi) non fecero
che alimentare l’aura di mistero e fascino.
Nell’ultimo
ventennio tuttavia la situazione è molto cambiata.
Già verso la fine degli anni Ottanta alcuni ballerini
sovietici ebbero il permesso di danzare come ospiti nelle
compagnie occidentali: Nina Ananiashvili e Andris Liepa
del Bolshoi, Altynai Asylmuratova e Farukh Ruzimatov del
Kirov, a quel tempo giovani promesse, furono tra i primi
a beneficiare dei cambiamenti del clima politico. La nuova
"formula" era stabilita. I danzatori erano così
ingaggiati per alcuni spettacoli, ma continuavano a restare
vincolati alla loro compagnia. Era un’occasione per dare
un respiro in più alle loro carriere, per farli danzare
in produzioni o lavorare con coreografi che non avevano
accesso in Russia, portando però il proprio stile
e modo di lavorare nelle compagnie straniere.
Ma
nel 2010 il mondo è un luogo assai diverso. I ballerini
russi possono ora viaggiare più liberamente e molti
di loro sono ormai fissi in compagnie dell’Occidente. Altri
hanno invece costruito la loro carriera alternando agli
spettacoli con la loro compagnia in Russia esibizioni (più
o meno regolari) come "ospiti" all’estero. Il
mistero di un tempo ha ceduto al glamour, ma quella
speciale attrazione non ha cessato di esistere.
Praticamente
tutti i ballerini russi di spicco sono apparsi in gala internazionali
o sono stati ospiti all’estero una o due volte, quindi ci
limitiamo qui agli artisti più in vista.
E
se consideriamo il panorama del balletto degli ultimi dieci
anni, davvero poche sono le ballerine russe famose e richieste
come Svetlana Zakharova (31 anni). Nota soprattutto
per le sue interpretazioni del Lago dei cigni (che
ha danzato in almeno nove produzioni nel mondo), della
Bayadère e della Bella addormentata, la
Zakharova è un perfetto prodotto della ballerina
glamour post-Guillem, capace di combinare la morbidezza
della seta e la forza dell’acciaio, doti fisiche naturali
invidiabili, stile esuberante e attrazione irresistibile.
Nata in Ucraina, si è formata principalmente all’Accademia
Vaganova di San Pietroburgo ed è poi entrata nella
compagnia del Teatro Mariinsky, dove è stata nominata
étoile. Quasi dall’oggi al domani è
diventata una delle ballerine più chiacchierate della
sua generazione. Ha ottenuto molti riconoscimenti ma anche
reazioni scettiche a causa dell’estensione continua ed estrema
delle gambe. Nel 2003 è entrata a far parte del Balletto
del Bolshoi di Mosca (il quale programma ora anche un gala
a lei intitolato, "Zakharova and friends"), e
conduce una carriera internazionale invitata, in buona sostanza,
da tutte le grandi compagnie del mondo (con un’eccezione:
il Royal Ballet di Londra). Grande successo hanno avuto
in particolare le sue esibizioni all’Opéra di Parigi
(che ha dato una svolta importante alla sua carriera internazionale),
alla Scala di Milano (dove è stata la prima ballerina
russa a diventare étoile della compagnia)
e al Nuovo Teatro Nazionale di Tokyo.
Diana
Vishneva (34 anni) si è pure conquistata il suo
posto sulla scena internazionale. Anche lei si è
diplomata all’Accademia Vaganova e appartiene come la Zakharova
alla schiera di talentose ballerine che sono emerse dalla
scena del Mariinsky nella metà degli anni Novanta.
Spirito leggero e frizzante, che eccelle nei pezzi brillanti,
occhi neri di fuoco, espressività manierata e un
carisma terreno, la Vishneva ha nondimeno superato le categorie
tradizionali del Mariinsky affrontando con versatilità
un repertorio incredibilmente vasto. Dopo essere stata invitata
alla Scala e all’Opéra di Parigi, dal 2002 la sua
carriera all’estero ha preso il volo, quando è diventata
dapprima ospite fissa all’Opera di Berlino (partner
dal direttore-star Vladimir Malakhov) e poi, un anno
dopo, all’ABT. Pluripremiata, adulata da un grande seguito
di ammiratori e – diversamente dalla Zakharova – con la
maggior parte della critica ai suoi piedi, ha presentato
nel 2008 negli USA la sua serata di gala intitolata inequivocabilmente
"Diana Vishneva: Beauty in Motion" (bellezza in
movimento).
Una
ballerina più giovane del Mariinsky che si sta facendo
poco a poco un nome è Evghenia Obraztsova
(26 anni). Diplomata all’Accademia Vaganova nel 2002, medaglia
d’oro al X Concorso Internazionale di Mosca (2005) e premiata
da diversi altri concorsi, la Obraztsova svetta tra le ballerine
del Mariinsky non solo perché unisce in sé
il meglio del classicismo della tradizione pietroburghese
all’inclinazione per il contemporaneo, ma anche per la naturalezza
del suo fascino e le raffinate doti d’attrice. Minuta, con
un volto di porcellana, è ideale per i ruoli da eroina
ingenua e risplende tanto nel balletto romantico quanto
in quello classico. La carriera internazionale della Obraztsova
ha preso piede in Italia, dove, dal 2005, si è esibita
all’Opera di Roma, invitata da Carla Fracci, all’Arena di
Verona e alla Scala. Più recentemente è stata
acclamata al NBA Ballet di Tokyo e al Royal Ballet di Londra.
La
già citata Natalia Osipova è diventata
rapidamente una delle ballerine più chiacchierate
della giovane generazione a Mosca. Premiata nel 2004 all’Accademica
Coreografica di Mosca, minuta e dalla chioma corvina, la
Osipova vanta una vitalità stupefacente e lo spirito
spensierato d’una teen-ager, ma al tempo stesso il
magnetismo e la presenza scenica d’una ballerina già
matura. Il carisma della Osipova ricorda la vecchia tradizione
moscovita, ma risagomata secondo un modello contemporaneo.
Può eseguire le più intricate combinazioni
terre-à-terre con la fluidità e la
rapidità della virtuosa, possiede un salto e un ballon
mozzafiato, e il tutto con una rara gioia comunicativa:
è già stata definita "la più brillante
e la più moscovita delle ballerine degli ultimi dieci
anni". Pluripremiata in Russia e all’estero, la sua
carriera internazionale è cominciata lo scorso anno
con l’ABT in Giselle e nella Sylphide. Quest’anno
ha debuttato con il Balletto dell’Opéra di Parigi
nello Schiaccianoci di Rudolf Nureyev e alla Scala
in Don Chisciotte sempre di Nureyev ed è riapparsa
nella stagione di primavera con l’ABT al Met.
Altra
ballerina di fama internazionale è Polina Semionova
(26 anni), stella del Balletto dell’Opera di Berlino da
quando aveva 18 anni e partner di Vladimir Malakhov.
Si è formata alla scuola del Bolshoi di Mosca (dove
è nata) e ha vinto numerosi concorsi. Ballerina dalle
linee squisite si è esibita a Londra, New York, Mosca,
alla Scala di Milano…
Quanto
ai signori danzatori, Vladimir Malakhov e Igor
Zelensky hanno entrambi da poco varcato la quarantina
e possono vantare due notevoli carriere. Malakhov, in particolare,
ha danzato con l’ABT, il Balletto dell’Opera di Vienna e
il Balletto dell’Opera di Berlino (che dirige dal 2002),
seguito da una schiera di fans dai due lati dell’Oceano
e pure in Giappone. Zelensky, il più noto danzatore-étoile
del Mariinsky degli ultimi vent’anni, è uno dei pochi
artisti russi che abbia avuto successo con il New York City
Ballet.
Nikolai
Tsiskaridze (36 anni) del Bolshoi è in Russia
la star maschile del balletto più famosa.
Spirito focoso ed esotico, con la sua carismatica disinvoltura
e la sua sorridente sicurezza, non lascia indifferenti.
La sua carriera internazionale resta nondimeno relativamente
modesta, nonostante qualche occasionale apparizione come
ospite con il Balletto dell’Opéra di Parigi, quello
della Scala o quello del Nuovo Teatro Nazionale di Tokyo.
Più
in vista è Denis Matvienko (31 anni), diplomatosi
alla Scuola Coreografica di Kiev, poi membro di diverse
compagnie russe, tra cui quelle del Bolshoi, del Mikhailovsky
e del Mariinsky. È un volto familiare nei gala di
mezzo mondo ed è stato ospite, tra l’altro, alla
Scala, al Nuovo Teatro Nazionale di Tokyo e al Balletto
dell’Opéra di Parigi. Partner abituale di
Svetlana Zakharova e della moglie Anastasia, se Matvienko
può mancare di pulizia si impone senz’altro per virtuosismo
e carisma.
Leonid
Sarafanov (28 anni), del Mariinsky e originario di Kiev,
vanta tecnica virtuosa e vellutata insieme; lo si è
visto, tra l’altro, alla Scala nella Sylphide e in
Don Chisciotte, dove farà ritorno anche per
la prossima stagione.
Alcuni
giovani danzatori russi circolano poi con passo sicuro nei
gala del mondo. Per esempio, Daniil Simkin (23 anni),
virtuoso brillantissimo e già idolo di un suo pubblico,
che ha studiato con sua madre, ucraina della scuola di Kiev,
e ha vinto l’oro, tra l’altro, a Jackson e Varna, prima
solista all’Opera di Vienna e oggi con l’ABT. Il giovane
talento del Bolshoi Ivan Vasiliev (21 anni) è
solo all’inizio della sua carriera, ma ha già conquistato
il pubblico dei gala di mezzo mondo.
Tra
i ballerini già affermati, stelle di compagnie internazionali,
vanno citati almeno tre ucraini: Ivan Putrov (Royal
Ballet di Londra) e la coppia Irina Dvorovenko e
Maxim Beloserkovsky dell’American Ballet Theatre.
Marc Haegeman
(BallettoOggi n°211 – Luglio/Agosto 2010)

Effetto
Forsythe
Nessuno
ha influenzato la coreo-grafia degli ultimi vent’anni come
l’americano William Forsythe, attivo fin dai primi anni
Settanta in Germania dove ha oggi la sua "The Forsythe
Company". I suoi balletti sono richiesti da teatri
con compagnie di balletto tradizionali, come la Scala di
Milano o l’Opéra di Parigi, o più moderne,
come l’Opera di Lione. Appunto alla Scala e a Lione si vedranno
i prossimi "programmi Forsythe", in realtà
riprese di suoi lavori ormai considerati "classici
del contemporaneo"
È
inevitabile che un grande artista diventi il punto di riferimento
della sua generazione, ma quando l’ammirazione si spinge
sino a identificarsi con il modello la cretività
personale rischia di paralizzarsi. Sicché nel mondo
della danza abbiamo visto nascere una pletora di piccoli
Balanchine negli anni Cinquanta e Sessanta, di piccoli Béjart
nei Paesi dell’Est, mentre un po’ più tardi una parte
del mondo della danza contemporanea avrebbe preso a modello
Cunningham. Vent’anni dopo, è William Forsythe (61
anni) a vantare il maggior numero di seguaci.
Va
precisato che il metodo di lavoro di Forsythe – come la
sua personalità generosa – non ha niente di dittatoriale,
anzi, sarebbe certamente il primo a dire che non intende
imporre proprio nulla a nessuno. Del resto, il suo lavoro
di oggi con un gruppo ridotto, "The Forsythe Company",
lascia grande spazio ai suoi danzatori e non ha più
nulla a che fare con i balletti su grande scala creati negli
anni Ottanta e Novanta. È un fatto però che
l’influenza che ha esercitato sui suoi contemporanei è
tale che solo lui ha saputo mettere a confronto e talvolta
perfino riconciliare i sostenitori del balletto classico
con i "moderni" e i "contemporanei"
più drastici. I suoi balletti figurano in repertorio
al Teatro Mariinsky di San Pietroburgo, all’Opéra
di Parigi e al New York City Ballet, ma anche in compagnie
più contemporanee come il Balletto dell’Opera di
Lione.
Quali
sono dunque le ragioni che hanno fatto di quest’Americano,
che vive e lavora in Germania, la star di tutti i
grandi festival internazionali, oltre le barriere dei generi?
Anzitutto,
Forsythe si colloca dove confluiscono tutte le correnti
della danza attuale. Conosce perfettamente il balletto e
la sua storia: The Vertiginous Thrill of Exactitude
potrebbe essere un omaggio a Marius Petipa e a George Balanchine;
ha poi fatto sua la lezione americana (Trisha Brown è
tra i suoi coreografi favoriti); e una volta giunto in Germania,
si è interessato alle idee di Rudolf Laban sullo
spazio, idee che sviluppa e applica al suo lavoro. In quest’ultimo
periodo è attento alle creazioni di artisti "concettuali"
come Christian Rizzo e Jérôme Bel: lui stesso
realizza oggi progetti vicini alla performance e
all’installazione. Niente di ciò che avviene nel
mondo della danza sembra sfuggire alla sua curiosità
divorante.
Ha
infatti una straordinaria sensibilità per il suo
tempo, un’attenzione non solamente formale (ha assorbito
le nozioni contemporanee di velocità estrema e disequilibrio)
ma anche un interesse per le teorie intellettuali della
sua generazione, in specie quelle dei filosofi francesi
Michel Foucault e soprattutto Jacques Derrida. Ha avuto
quest’idea geniale di applicare alla danza il metodo che
Derrida ha messo a punto per analizzare la letteratura e
la filosofia, metodo che consiste nello scovare, sotto l’apparente
razionalità e sotto le argomentazioni logiche e ben
formulate, tutto ciò che potrebbe mettere in dubbio
la coerenza del proposito. Magari un’idea rintuzzata, un
elemento occultato, insomma, tutto ciò che in generale
resta nascosto. Il "decostruttivismo" di Derrida
è anche un tentativo di smascherare ciò che
sembra essere ovvio e naturale.
Allo
stesso modo Forsythe "decostruisce" il balletto
classico. Va in esplorazione dei suoi aspetti taciuti o
dimenticati, ne rivela le crepe, lavora con "i frammenti,
i residui" come lui stesso li chiama. In In The
Middle, Somewhat Elevated, pur conservando la forma
tradizionale del "tema e variazioni", mostra in
scena ciò che nella tecnica classica è normalmente
nascosto: un danzatore cerca invano il suo equilibrio prima
di trovare la condizione che gli permetta di saltare.
Anche
in architettura, il decostruzionismo ha i suo adepti e uno
di questi, Daniel Libeskind, è in sintonia con Forsythe.
Entrambi rivendicano elementi come la frammentazione, la
dislocazione, l’interruzione, creando forme che alterano
la normale percezione dello spazio. Come la forma a zig-zag
del Museo Ebraico di Berlino concepita da Libeskind lascia
dei vuoti tra i muri, così Forsythe gioca con la
discontinuità, le intermittenze, le fratture per
smantellare i codici della rappresentazione. Il suo Artifact,
creato nel 1984, scompare a intermittenza agli occhi dello
spettatore quando il sipario si abbassa bruscamente nel
bel mezzo dello spettacolo mentre i danzatori continuano,
imperturbabili, obbligando il pubblico a chiedersi che cosa
stia succedendo.
In
architettura come in danza, questo processo di sovversione,
che intende rivelare piuttosto che dissimulare, si impone
come una spinta positiva, inventiva. Con le sue geometrie
instabili e i suoi codici destrutturati, Forsythe ha moltiplicato
le combinazioni possibili della danza classica ben al di
là del balletto tradizionale. Difficile dunque restare
indifferenti a questa macchina fisico-intellettuale! E poco
importa se oggi il coreografo procede in altre direzioni,
più sperimentali e di minor risonanza.
Sonia
Schoonejans
(BallettoOggi n°212 – Settembre 2010)

Joaquín
e gli altri, la danza spagnola superstar
La
danza spagnola di base tradizionale sta vivendo un periodo
di grandi cambiamenti. In questo mondo variegato e complesso,
che ha pur sempre grande successo all’estero, Joaquín
Cortés e Aída Gómez sono le due grandi
figure di oggi, che rappresentano rispettivamente il flamenco
moderno in forma teatrale e la danza di tradizione più
raffinata
Mentre
il balletto in Spagna è in balia degli intrighi di
potere e degli inghippi burocratici, la danza spagnola (che
oltre alla tradizione della "Escuela Bolera",
che è la danza classica dell’Ottocento, comprende
anche il balletto flamenco e le sue declinazioni più
sperimentali) sta attraversando una sorta di rivoluzione
interna, un momento di profondi cambiamenti di concezione
e di forma.
Da
una parte, sembra giunta la fine del regno di José
Antonio Ruiz a capo del Ballet Nacional de España
(BNE) dopo più di sei anni (tanto è durato
il suo secondo mandato alla direzione artistica della compagnia).
Tutti concordano sul fatto che il BNE abbia bisogno di un
profondo rinnovamento e di un cambio di direzione. Dall’altra,
il flamenco contemporaneo e "meticciato" conosce
sempre più successo e richieste sulla scena internazionale;
le compagnie di medio formato si impongono e si nota molto
la carenza di figure di rilievo, di nuove stelle che possano
occupare lo spazio di quei grandi artisti che vivono oggi
la loro maturità.
Il
Festival di Flamenco di New York sta per compiere 10 anni
e ha un’influenza importante sulla scena spagnola. Quest’evento,
che è nato come una rassegna modesta, è andato
ampliandosi. Vanta oggi sovvenzioni pubbliche dal Ministero
della Cultura spagnolo e dalle regioni della Spagna e ha
appendici a Washington, Chicago e Miami. Questo festival
è diventato così una meta per tutti gli artisti
della danza spagnola di oggi, ma ciò che sarà
di questa rassegna nel futuro resta un mistero che l’organizzazione
non intende svelare. Una delle personalità favorite
da questo festival è María Pagés, che
gode di un prestigio consolidato negli Stati Uniti. Mikhail
Baryshnikov l’ha invitata recentemente nel suo centro coreografico
e insieme hanno firmato vari progetti. La Pagés inoltre
ha debuttato quest’anno in un lavoro controverso con Sidi
Larbi Cherkaoui. Dal canto suo, Israel Galván è
diventato un vero beniamino della scena internazionale.
Ma non è così in Spagna: c’è chi lo
adora e chi lo considera semplicemente una moda passeggera.
Dopo i successi a Lione e a Montpellier, il suo lavoro,
El final de este estado de cosas, Redux è
stato rimesso in scena recentemente a Madrid con risultati
prevedibili. Polemico, autoritario, surrealista sui generis,
Galván è una rara avis che pur andando
controcorrente si inserisce perfettamente nel complesso
panorama attuale: fa ciò che vuole ed è molto
difficile guardare al suo lavoro con un’ottica critica convenzionale.
La
Escuela Bolera (il balletto spagnolo con scarpine e nacchere,
il genere spagnolo più antico e più vicino
alla danza accademica, oltre che il più difficile
da eseguire alla perfezione) continua a essere in calo e
la sua situazione è densa di misteri. Per alcuni
specialisti, si insegna male perfino nei conservatori, mettendone
in pericolo la conservazione. È stata la figura femminile
principale del "balletto di danza spagnola", Aída
Gómez, a realizzare un ambizioso progetto dal titolo
Permíteme bailarte, presentato ormai in quasi
tutta la Spagna. Si tratta di un’antologia di stili e danze
coreografate da lei stessa e da Mariemma, rendendo omaggio
a Pilar López e Antonio Ruiz Soler, i due grandi
pilastri della danza spagnola. Ad Aída Gómez
va riconosciuto indiscutibilmente il merito di essere stata
la prima nel XXI secolo a ricordarsi di questa importante
tradizione, e dei suoi stili. E ha saputo farne il suo punto
di forza. Ora Aída Gómez è in tournée
con la sua Carmen, la prima creata da una donna secondo
i canoni della danza spagnola, il che le permette di adottare
un punto di vista diverso. Avvalendosi per questa sua rilettura
contemporanea degli arcinoti temi musicali dell’opera di
Georges Bizet, Aída Gómez ha creato una Carmen
di ampio respiro, dinamica, con una concezione teatrale
moderna, andando oltre gli stereotipi a cui il mito della
sigaraia sivigliana ci ha abituati.
In
buona sostanza è seguendo le orme della Gómez
che il BNE ha messo poi a punto il suo spettacolo di Escuela
Bolera (attualmente in cartellone), il cui interesse risiede
principalmente nel recupero di alcuni capolavori di Antonio
Ruiz Soler e Ángel Pericet. Del "grande Antonio",
è proposto Eritaña (musica di Isaac
Albéniz) creato nel 1958 e ripreso da lui stesso
nel 1981 per il BNE. In questo stesso programma si possono
anche vedere Seis sonatas para la Reina de España
di Ángel Pericet su musica di Domenico Scarlatti
e non più rappresentato dai tempi del suo debutto
a Spoleto nel 1985. Per quanto riguarda la Escuela Bolera,
il punto è che è un genere molto difficile
da danzare correttamente. Ecco perché invece la disinvoltura
del nuovo flamenco, la sua platealità e la facile
spettacolarizzazione finiscono purtroppo per imporsi.
La
tendenza "fusion" ha incontrato negli anni Novanta
del XX secolo un favore che ha finito per avere la meglio
sul repertorio tradizionale, in modo analogo a ciò
che accadde in alcune grandi compagnie di balletto classico
dove si accantonò ciò che era considerato
come "passato di moda" in favore di creazioni
che, paradossalmente, finivano subito nel dimenticatoio
(tra quelle compagnie, anche il Balletto dell’Opéra
di Parigi). Questa tendenza in seguito si è stemperata,
trovando un compromesso con forme più equilibrate.
È tuttavia chiaro che il balletto flamenco e tutta
la danza spagnola dovrebbero sbarazzarsi di questo diktat,
in cui si confonde il vecchio con l’antico, ciò che
si deve rinnovare con ciò che si deve conservare,
senza perdere la sua denominazione di autenticità.
Oggi
la tendenza "fusion" va oltre, attinge dalla ricchezza
e dalla varietà della danza spagnola del passato
e accantona quel minimalismo pernicioso, che tanto ha nuociuto
alla danza in tutte le sue forme. Poche volte la semplificazione
ha portato a risultati estetici davvero validi. E mai nel
balletto, salvo rare eccezioni. Il flamenco ha fatto ricorso
a tre elementi per comporre i suoi spettacoli: il taconeo,
una scena spoglia e le percussioni etniche o meticciate
in stile jazz. Forse questa tendenza sta per finire e i
coreografi di oggi hanno capito che non c’è nulla
di retrogrado nel guardarsi indietro e nel cercare nei cassetti
della memoria collettiva. Ecco allora che nasce una tendenza
"vintage", come quella sperimentata da Ángel
Rojas e Carlos Rodríguez, col loro Nuevo Ballet Español,
o da Antonio Najarro, già primo ballerino del Ballet
Nacional de España e che si sta facendo conoscere
internazionalmente con la sua compagnia. Questa tendenza
"vintage" si ritrova nello stile dei costumi e
nella scelta di risuscitare certi bailes non più
praticati (solo presenti in film d’epoca o nella memoria
dei maestri). A questa tendenza si accosta quella teatrale.
Uno spettacolo recente che unisce un danzatore flamenco
di qualità, José Merino, con un ballerino
classico ben noto, Jesús Pastor, si è rivelato
un’opera emozionante: Encontra2. La ballerina Selene
Muñoz unisce alla sua figura aggraziata la preoccupazione
per il rinnovamento estetico e plastico. Vanno anche menzionati
Jonathan Miró e David Coria.
Le
grandi personalità internazionali cambiano con il
tempo, ma alla loro testa resta sempre indiscutibilmente
Joaquín Cortés. Al di là degli aspetti
non propriamente professionali (non va dimenticato che Cortés
è una figura mediatica mondiale, l’unica a quel livello
nell’ambito della danza spagnola, la cui fama come danzatore
sia comparabile a quella di cui godeva ai suoi tempi l’oggi
mitico Rudolf Nureyev), ha risuscitato con vigore la nuova
versione della sua opera-feticcio: Calé (una
parola della lingua gitana) nella quale si circonda di un
nutrito corpo di ballo esclusivamente femminile di alta
qualità e impatto visivo. Questa danza vigorosa di
amazzoni davanti a un Achille vincitore ha mostrato di nuovo
l’artista di Cordoba per quel che è: il danzatore
spagnolo più internazionale e il migliore della sua
generazione. Togliere il flamenco dal suo ambito tradizionale
e ripetitivo è sempre stata una sua ossessione. Per
questo è ora alle prese con un complesso progetto
per una compagnia, una scuola e un centro coreografico a
Madrid, che dovrebbe cambiare ancora una volta la direzione
estetica della danza spagnola e la sua risonanza internazionale.
Dai tempi di Gades, nessuno come Cortés ha esercitato
una tale influenza.
Antonio
Gades è stata la figura-chiave che lo ha preceduto
e il suo spirito, oltre alla sua opera, continua a vivere
grazie alla compagnia sostenuta dalla Fundación Antonio
Gades, una istituzione che si è occupata dell’eredità
del grande danzatore e coreografo morto una decina di anni
fa. La Compañía Antonio Gades continua a rappresentare
quelle cinque opere che possono essere oggi rimontate e
presentate con rigore stilistico: Bodas de sangre
(la più diffusa e che ha fatto anche parte del repertorio
di compagnie classiche come il Balletto dell’Opera di Roma,
il Ballet de Nancy e il Ballet Nacional de Cuba), Carmen,
Suite flamenca, El amor brujo e Fuenteovejuna,
la sua ultima creazione. Nel maggio del 2011 la compagnia
presenterà tutti questi titoli al Teatro Real de
Madrid, in una panoramica che avrà il sapore di un
dovuto omaggio postumo. Anche se, in verità, queste
opere sono oggi più vive cha mai. Pensando a questi
lavori, appare evidente lo stato di crisi creativa attuale
della sempre misteriosa e tellurica danza spagnola.
Roger
Salas
(BallettoOggi n°213 – Ottobre 2010)

Cigni di celluloide
"Black Swan",
presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, sarà
sugli schermi nel marzo prossimo. Cigno Bianco e Cigno Nero,
due attrici alla moda "doppiate" da due vere ballerine.
Se la lista dei films di danza o con danza è abbastanza
lunga, non sono invece molti i films veri e propri ambientati
nel mondo del balletto, come questo. E di solito sono polpettoni
sentimentali o commedie all’americana, in cui il mondo del
balletto è visto in modo tanto convenzionale da risultare
abbastanza falso
Sentimenti estremi, dedizione
fino alla morte, amori impossibili – la danza non ammette
altri amori – ma soprattutto il fascino di un universo di
passioni sovrumane, anzi inumane. I ballerini appartengono
al balletto come i marziani a Marte; un mondo a sé,
tanto "altro" da dare materia ideale alla fiction,
si direbbe.
Eppure, se c’è un
mondo poco adatto a farne un bel film, sicuramente si tratta
di quello del balletto, inteso come ambiente fascinoso e
misterioso di punte, tutù, lavoro e sudore, talento
di autori e interpreti per dar vita alla danza d’arte in
teatro. Un mondo che è difficile da raccontare con
autenticità, dal di dentro – salvo girare dei documentari,
di solito celebrativi, ma molto utili – senza ricorrere
per la sceneggiatura agli stereotipi più scontati,
magari usando i colori del giallo o del dramma passionale,
con il condimento di dialoghi a dir poco banali.
Le riflessioni sulla banalità
dei films che mettono al centro della trama fatti e persone
del balletto, con storie peculiari di quel mondo piegate
a fini narrativi romanzeschi, tornano d’attualità
in occasione dell’imminente arrivo nei cinema di Black
Swan di Darren Aronofsky, che ha aperto la 67° Mostra
Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Dopo The Wrestler
– un altro "mostro" da spettacolo – con il "dannato"
Mickey Rourke, il regista si è dedicato al mito bifronte
e demoniaco del cigno nero/bianco, girando un thriller psicologico
ambientato nel mondo del balletto di New York; protagonista
è Natalie Portman nel ruolo di Nina, prima ballerina
imprigionata in una paurosa ragnatela di competizione all’arma
bianca con la nuova e inevitabile rivale, impersonata da
Mila Kunis. Le coreografie del film sono di Benjamin Millepied
– che appare anche partner delle due protagoniste
(Millepied è di scuola francese, formato tra Bordeaux
e Lione, oggi ballerino principale del New York City Ballet
e richiesto come coreografo nella Grande Mela e in Europa);
mentre le controfigure danzanti delle due attrici sono Sarah
Lane, nata a San Francisco, e Maria Riccetto, uruguaiana,
entrambe giovani soliste di spicco all’American Ballet Theatre.
Da notare che le due ballerine erano curate da Georgina
Parkinson, stimata maître de ballet dell’ABT
dopo una carriera al Royal Ballet di Londra, scomparsa nel
dicembre scorso, mentre il film era ancora in lavorazione.
Di tutto questo apporto altamente professionale si tace
volentieri in locandina a beneficio della finzione, come
se fossero la Portman e la Kunis ad avventarsi nei fouettés
più indemoniati.
Del resto, anche nei videoclips
per i cantanti al "top of the pop" è così:
nulla importano i coreografi e i danzatori; tutto deve riferirsi
alla star protagonista, con o senza controfigure.
Nel trailer di Black
Swan, Vincent Cassel, nel ruolo del coreografo, urla
alla sua ballerina: "Attacca, seduci"; siamo alle
solite, con "lacrime e sangue" delle vittime di
Tersicore, qui con l’aggiunta di incubi lesbici tra le due
"cignesse". Ma siamo tornati a una storia di due
ballerine, come nell’Ottocento, la candida dolce e la nera
feroce con occhi iniettati di sangue da vampirizzata.
Tutto questo armamentario
spaventevole ha un precedente importante nel capostipite
di questo genere, Scarpette rosse (1948) di Michael
Powell, con Léonide Massine, il diavolo, e Moira
Shearer nel personaggio obbligato della ballerina a cui
non è concessa una vita sentimentale normale perché
il suo talento la condanna a consacrare corpo, mente e cuore
solo alla inflessibile dea della danza, come le impone l’impresario
russo che l’ha ingaggiata. Il dono demoniaco delle scarpine
la porterà a morire di danza calzando felice e incauta
gli oggetti fatali fabbricati dal Diavolo-coreografo. Una
storia "maledetta" ancora profumata dell’estetica
e del gusto dei Ballets Russes e del loro animatore "spietato"
Serge Diaghilev.
Dopo di che si sono viste
sul grande schermo altre storie che, puntando su protagonisti
étoiles, sono incappate nei luoghi comuni
inevitabili per chi vede il balletto come luogo speciale
di virtuosismo fisico dopato, di frenetici riti muscolari,
di creature lontane dalla quotidianità delle persone
qualunque, da ammirare cercando di scoprirne i segreti,
tra lezioni e prove spinte fino all’ultimo respiro nella
ricerca della libertà personale e artistica sfidando
ogni pericolo – questo per gli uomini – e dedizione al maestro
e al coreografo, lottando a morte per mantenerne i favori
o gli amori – se si tratta di donne.
Due vite, una svolta
(The Turning Point) con Mikhail Baryshnikov e Leslie
Brown (allora giovane solista dell’ABT), diretto nel 1977
dal regista-coreografo Herbert Ross (già marito della
ballerina Nora Kaye), è tipico: Shirley MacLaine,
danzatrice e madre costretta a rinunciare alla carriera
"in punta" mentre la sua rivale Anne Bancroft
l’ha spuntata ma ora invidia la vita quieta da casalinga,
si riscatta nel talento della figlia, sedotta però
da un ballerino russo, il biondo Misha ovviamente. La variazione
di Baryshnikov dal pas de deux finale di Don Chisciotte
resta un pezzo di bravura mozzafiato del ballerino, della
telecamera e del montaggio.
Herbert Ross girerà
poi nel 1980 Nijinsky, con George de la Peña
nel ruolo del titolo, Leslie Browne nella parte della moglie
Romola, con Carla Fracci come Tamara Karsavina e Anton Dolin
come Maestro Cecchetti.
White Nights (Il
sole a mezzanotte) di Taylor Hackford del 1985 punta
sul filone politico, con il ballerino classico russo (Mikhail
Baryshnikov) fuggito negli USA e il danzatore afroamericano
comunista migrato in Russia (Gregory Hines, genio del tip
tap). Un incidente aereo riporta Misha in Russia, da cui
la sua seconda fuga avventurosa verso il mondo democratico
dell’ovest (la nostra rivista aveva dedicato al film, e
a Baryshnikov, la copertina nel marzo ’86).
Nel 1987 seguirà
Dancers, ancora di Herbert Ross, un dramma romantico
tra le quinte ambientato in una compagnia che prepara una
nuova produzione di Giselle in Italia (al Teatro
Petruzzelli di Bari) con protagonista Alessandra Ferri,
mentre Julie Kent è la giovane danzatrice infatuata
del direttore artistico della compagnia (di nuovo Baryshnikov)
che già ha avuto storie con altre ballerine – Ferri
compresa. Leslie Brown è una cinica Myrtha, mentre
Lynn Seymour (canadese, stella del Royal Ballet di Londra)
è la maestra.
Per incontrare nuovamente
film centrati sul balletto bisognerà aspettare il
2000, con due titoli. Uno è britannico ed ha avuto
molto successo: Billy Elliot, di Stephen Daldry,
deliziosa storia, "politicamente corretta", di
un ragazzino destinato alla boxe dal padre (minatore di
sinistra in sciopero), ma arrivato caparbiamente al balletto,
fino a diventare protagonista del Lago dei cigni
di Matthew Bourne. L’altro è americano, Center
Stage di Steven Jacobson, con il solito gruppo di ragazze
che competono tra loro inseguendo il successo, chi più
dotata chi meno, chi volitiva nonostante tutto, chi arrogante
fino a farsi danno. Qui spiccano due veri principals
dell’American Ballet Theatre: Julie Kent e Ethan Stiefel;
lui è la star che compete con il coreografo sul terreno
della creatività e dell’appeal sulle ragazze.
Arriverà poi The
Company nel 2003, con la regia di Robert Altman, da
cui ci si attendeva qualcosa di pungente – come già
era accaduto per il suo Prêt à porter
sul mondo della moda – e che si è invece risolto
in un ritratto del Joffrey Ballet di Chicago, celebrativo
ma con qualche punta ironica qua e là, con una figura
centrale che allude al coreografo-direttore Gerald Arpino
e con estratti di ben 17 balletti tra cui Light Rain,
pezzo lirico di Arpino stesso, Tensile Involvement
di Alwin Nikolais, un estratto dalla Vivandière,
Blue Snake del canadese Robert Desrosiers. Protagonista
è Neve Campbell, ex ballerina e produttrice.
Pure del 2003 è One
Last Dance, di Lisa Niemi che ne è anche interprete
insieme a Patrick Swayze e a George de la Peña: i
tre danzatori principali di una compagnia, quando muore
il direttore, cercano di rimettere in scena uno spettacolo.
Di recentissima uscita è,
invece, un documentario/film – genere preciso, più
serio e plausibile – girato da Frederick Wiseman: La
Danse, Le Ballet de l’Opéra de Paris che segue
la vita della compagnia parigina tra classi quotidiane,
prove, discussioni amministrative e spettacoli. La camera
si aggira nel grande Palais Garnier, sede della compagnia
osservando le étoiles, soprattutto Nicolas
Le Riche, Marie-Agnès Gillot, Delphine Moussin e
Agnès Letestu, che provano o danzano in scena vari
pezzi, tra cui Genus di Wayne McGregor, Paquita,
Schiaccianoci, Le Songe de Médée di
Angelin Preljocaj, Romeo e Giulietta di Sasha Waltz
e Orfeo ed Euridice di Pina Bausch.
Ci siamo limitati qui ai
films ispirati alla vita del balletto; ma la danza sullo
schermo conta moltissimi titoli; si veda il sito www.ballet
connections.com/balletanddancefilms per ripercorrere la
lunga vicenda delle relazioni tra danza e cinema. D’altronde,
che c’è di meglio che riprendere corpi umani in movimenti
già strutturati, già ritmici, già belli
e comunicativi, per natura e per cultura?
Elisa Guzzo Vaccarino
(BallettoOggi
n°214 – Novembre 2010)

Il
"miracolo" Stoccarda" 50 anni dopo
Il
Balletto di Stoccarda resta una delle più importanti
compagnie di balletto del mondo, forte della qualità
dei suoi danzatori e di un repertorio ricco ed eclettico.
Portato alla ribalta internazionale da John Cranko negli
anni Sessanta, il prossimo febbraio festeggia mezzo secolo
di successi con un grande festival
Cinquant’anni
fa, il Teatro Nazionale del Württemberg (in Germania)
nominava alla direzione della sua compagnia di balletto
un giovane coreografo sud-africano (d’origini inglesi) che
aveva fatto le sue prime esperienze al Royal Ballet di Londra:
John Cranko, che in qualche anno avrebbe fatto del Balletto
di Stoccarda un "marchio" di fama internazionale.
Tre elementi concorsero alla realizzazione di questo fenomeno
che la critica ha voluto chiamare "das Stuttgart Balletwunder",
il miracolo del balletto a Stoccarda. Anzitutto, il talento
coreografico di Cranko, in particolare per i balletti narrativi.
Tra gli altri, Romeo e Giulietta (1962), Oneghin
(1965) e La bisbetica domata (1969) sono rimasti
celebri. Poi, la qualità dei danzatori di quella
compagnia, soprattutto il carisma di Márcia Haydée.
Non va inoltre dimenticato il talento del pubblico (come
piaceva dire a Jean Cocteau) che seppe cogliere ciò
che di straordinario stava accadendo a Stoccarda e che riempì
il suo teatro.
Quando
Cranko morì prematuramente nel 1973, il Balletto
di Stoccarda restò saldamente in vita, poiché
si era saputo costruire le sue fondamenta per l’avvenire.
Dopo un breve passaggio di Glen Tetley, fu Márcia
Haydée stessa a prenderne le redini. Va ricordato
anche che già dall’epoca di Cranko, il Balletto di
Stoccarda si occupa di formare giovani coreografi. Dalla
Noverre-Gesellschaft (la Società Noverre), fondata
proprio con questo scopo, uscirono John Neumeier, che creò
proprio per Márcia Haydée la sua Signora
delle camelie, Jirí Kylián, William Forythe
e, più tardi, Uwe Scholz; i lavori di questi artisti
continuano a figurare nel repertorio della compagnia.
Dal
1996 il Balletto di Stoccarda è diretto con successo
da Reid Anderson, un ex solista della compagnia all’epoca
di Cranko. Anderson mantiene viva l’eredità di quest’ultimo,
invita coreografi da fuori e ha nominato due giovani coreografi
stabili della compagnia: Christian Spuck (che assumerà
la direzione del Balletto di Zurigo nel 2012) e Marco Goecke.
I danzatori sono formati a tutti gli stili con una preferenza
per il genere più esigente, quello accademico. Balanchine
non potrebbe infatti mancare in repertorio. Grazie anche
alla sua celebre scuola, la compagnia forte dei suoi 60
danzatori (più 10 aggiunti) continua a mostrare il
suo eccellente livello e un bel ventaglio di artisti principali:
15 primi ballerini, 8 ragazzi e 7 ragazze, alla testa delle
quali v’è Alicia Amatriain mentre la gracile Sue
Jin Kang è ideale per interpretare i ruoli che furono
un tempo di Márcia Haydée. Quando ai ragazzi,
sono diversi i danzatori che si contendono i primi ruoli:
Marijn Rademaker, Jason Reilly, Friedemann Vogel e Alexander
Zaitesv. 7 solisti aspettano di passare all’ultimo grado
della gerarchia, incalzati da 10 demi-solistes. Un
giovane di talento, scelto dai coreografi invitati recentemente,
è promesso a un bell’avvenire: si chiama Daniel Camargo.
Il
Balletto di Stoccarda organizza un grande festival dal 4
al 27 febbraio 2011 per festeggiare il suo cinquantesimo
anniversario. Le compagnie invitate sono il Nederlands Dans
Theater II, il Balletto di Amburgo e il Balletto Reale delle
Fiandre. In programma non mancano i coreografi "di
casa", con Orlando di Marco Goecke, dal romanzo
omonimo di Virginia Woolf, e Leonce und Lena di Christian
Spuck, dalla pièce di Georg Büchner.
Una serata con il Balletto di Stoccarda riunisce titoli
di Maurice Béjart, Cranko e Hans van Manen. In un’altra
serata si potrà rivedere il balletto che Mauro Bigonzetti
ha immaginato ispirandosi al film di Luchino Visconti Rocco
e i suoi fratelli. Una serata più intimista prevede
una ripresa, Las Hermanas di Kenneth MacMillan, da
Federico García Lorca, e sette altre coreografie
tra le quali Song of my People, che Cranko
creò per la compagnia Batsheva d’Israele nel 1971,
e Ricercare di Glen Tetley. Ovviamente non può
mancare un gala con solisti internazionali, per due serate,
così da permettere a più spettatori di assistervi
(12 e 13 febbraio).
Le
celebrazioni comprendono anche conferenze, tra le quali
spicca un incontro internazionale dei direttori delle grandi
compagnie, iniziative per giovani e bambini, e un grande
ricevimento per gli ex danzatori e collaboratori del Balletto
di Stoccarda.
Emmanuèle
Rüegger
(BallettoOggi n°216 – Gennaio 2011)

The
Royal Ballet
Brandstrup,
l’Imperatore Tito e Berenice
La
Valse – cor. Frederick Ashton, mus. Maurice Ravel; Invitus
Invitam – cor. Kim Brandstrup, mus. François
Couperin; Winter Dreams – cor. Kenneth MacMillan,
mus. Piotr I. Ciaikovsky; Theme and Variations –
cor. George Balanchine, mus. Piotr I. Ciaikovsky
www.roh.org.uk
Londra,
Royal Opera House, Covent Garden
Il coreografo danese Kim
Brandstrup, attivo perlopiù a Londra, sceglie spesso
temi complessi mutuati dalla letteratura. Il suo ultimo
lavoro (che dura solo 16 minuti) per il Royal Ballet di
Londra non fa eccezione, giacché prende spunto da
una frase dello storico romano Svetonio in cui troviamo
le parole scelte per il titolo, "Invitus Invitam",
note anche grazie alla celebre tragedia di Racine del 1670,
Bérénice.
La componente più
impressionante del balletto è la scenografia di Richard
Hudson con un muro di mattoni che sembra evocare talvolta
un castello, talaltra uno spazio vuoto; all’inizio ci sono
anche due porte, una con la scritta "Titus" e
l’altra con "Berenice", con macchie bianche che
appaiono come per incanto. Il lavoro ha come sottotitolo
"Against his Will – Against her Will" ("Contro
la volontà di lui, contro la volontà di lei",
che è una possibile traduzione del titolo), sintetizzando
così la riluttanza dell’imperatore Tito e della sua
amante Beatrice a partire. Si tratta fondamentalmente di
un passo a due, interrotto da un andirivieni tormentato,
con molti "lifts" nella coreografia, alcune davvero
audaci. Il loro stato di frustrazione è ben espresso
dall’eccellente interpretazione di Leanne Benjamin e Edward
Watson, ma va detto che questo nuovo lavoro non convince
pienamente, nonostante la scelta musicale adeguata.
Ci sono anche due altri
danzatori (Christina Aresti e Bennet Gartside, in pratici
costumi neri) che fanno insieme brevi apparizioni; ma il
tutto risulta alquanto enigmatico.
La sfavillante La Valse
di Frederick Ashton (creata all’origine per la compagnia
di balletto del Teatro alla Scala di Milano nel 1958) entrò
nel repertorio del Royal Ballet l’anno seguente; ha fatto
da apertura, molto soddisfacente, alla serata, proprio con
la giusta atmosfera e quell’aura di mistero necessario che
avvolge le coppie dei danzatori condotte da Lauren Cuthbertson
e dal nuovo principal Nehemiah Kish. Perfetta la
scelta dei costumi di André Levasseur, che si stagliano,
eleganti, sul salone da ballo.
Winter Dreams di
Kenneth MacMillan, liberamente tratto dal dramma di Cekhov
Le tre sorelle, non è tra i lavori di maggior
successo del coreografo scozzese e non è infatti
chiaro per quale motivo si sia deciso di riprenderlo. Dura
55 minuti ma sembra perfino più lungo. Nella prima
sera, il danzatore cubano Carlos Acosta non è parso
appropriato nel ruolo di Vershinin (che gli è stato
affidato probabilmente per la presenza in sala di Alicia
Alonso, la sua "patronne"), ma Marianela Núñez,
Laura Morera, Edward Watson e tutti gli altri hanno fatto
del loro meglio.
Che meraviglia quando il
sipario s’è alzato sull’imponente scenografia di
Peter Farmer per il magnifico Theme and Variations
di George Balanchine! Tamara Rojo ha danzato molto bene
nel ruolo centrale (creato da Alicia Alonso nel 1947), ma
gli applausi più scroscianti sono stati per Serghei
Polunin nella sua stupefacente variazione virtuosistica.
Il giorno seguente, Sarah Lamb, brava e raggiante, e Steven
McRae hanno egualmente incantato il pubblico.
Freda Pitt
(BallettoOggi
n°216 – Gennaio 2011)

Birmingham
Royal Ballet
Birmingham
per tre
Concerto
– cor. Kenneth MacMillan, mus. Dmitri Shostakovich; Slaughter
on Tenth Avenue – cor. George Balanchine, mus. Richard
Rodgers; In the Upper Room – cor. Twyla Tharp. mus.
Philip Glass
www.brb.org.uk
Londra,
Sadler’s Wells Theatre
Il Birmingham Royal Ballet
è tornato al Sadler’s Wells Theatre di Londra con
un trittico che ha mostrato la versatilità dei suoi
danzatori.
Kenneth MacMillan creò
il suo Concerto, sul 2° Concerto per pianoforte
di Dmitri Shostakovich, nel 1966 per la compagnia di balletto
della Deutsche Oper di Berlino. Un successo immediato: il
balletto infatti entrò poi nel repertorio di numerose
compagnie. Il lirico movimento lento con al centro un passo
a due è particolarmente affascinante, ma gli altri
movimenti sono altrettanto ispirati; richiedono velocità
e precisione.
È stato alquanto
strano per me vedere nello stesso giorno a Londra il mitico
Theme and Variations del 1947 di George Balanchine
alla Royal Opera House e il suo scanzonato Slaughter
on Tenth Avenue ("Strage sulla decima strada")
del 1939 al Sadler’s Wells Theatre. Era arduo riuscire a
riconoscere lo stesso coreografo come autore di entrambi.
Slaughter on Tenth Avenue, ambientato in un sordido
bar, faceva parte inizialmente del musical On Your Toes
di Richard Rodgers e Lorenz Hart. La divertente parodia
prevede un gangster, un pistolero, una spogliarellista,
dei poliziotti e, soprattutto, un ballerino di tip tap che
danza sino allo sfinimento per esorcizzare la morte. Il
tutto è alquanto complicato, ma comunque molto divertente.
Il Ballerino, Alexander Campbell, è accattivante
e tutto il cast – compresi Ambra Vallo nel ruolo della spogliarellista
e Mathias Dingman in quello del gangster – sembra essersi
molto divertito insieme al pubblico.
I bravissimi danzatori della
compagnia si sono poi esibiti nella ripresa di In the
Upper Room ("Nella stanza di sopra") di Twyla
Tharp su musica di Philip Glass. Hanno danzato tutti con
grande entusiasmo nella diabolica, difficilissima coreografia
della Tharp, che richiede grande energia e tecnica eccellente.
Le nove sezioni prevedono formazioni diverse di danzatori,
i quali si ritrovano tutti e sedici insieme nel finale.
Andrebbero tutti menzionati, ma devo citare almeno Elisha
Willis, Carol-Anne Millar, Ambra Vallo, Robert Parker, Chi
Cao, Joseph Caley, Angela Paul e Gaylene Cummerfield.
Freda
Pitt
(BallettoOggi
n°216 – Gennaio 2011)

Wheeldon,
il classico di oggi
Seguiamo
fin dagli inizi la carriera inarrestabile di Christopher
Wheeldon, inglese, 38 anni, coreografo discreto ed elegante,
apparentemente "classico" come nessun altro oggi,
eppure tanto richiesto in tutto il mondo da potersi permettere
di fare il prezioso con le grandi compagnie e di abbandonarne
una propria a New York. Ora, in attesa di una creazione
a serata intera al Royal Ballet di Londra, ha inventato
una "Bella addormentata" per il Balletto Reale
Danese a Copenhagen
C’è
grande attesa a Londra per la creazione di Chrisptopher
Wheeldon per il Royal Ballet: Alice in Wonderland
("Alice nel paese delle meraviglie"), il suo primo
balletto a serata intera per la compagnia inglese. Si tratta
effettivamente d’un evento significativo, poiché
è questa la prima creazione a serata prodotta dalla
compagnia da 16 anni a questa parte, dopo Prince of the
Pagodas di Kenneth MacMillan del 1989 e Mr Worldly
Wise di Twyla Tharp del 1995 (due balletti per altro
confusi, lunghi e incoerenti).
Fin
dalle sue prime creazioni, Wheeldon è stato salutato
come il coreografo "classico" dei nostri giorni,
dotato cioè d’un talento per quel genere di coreografia
che recupera e rinnova la danza accademica. Le sue qualità
in questo senso sono innegabili, e il decennio presso il
New York City Ballet come danzatore e coreografo ha reso
ancor più evidente la sua identificazione con la
grande tradizione del balletto, proponendo il rinnovamento
d’uno stile che solo necessita d’una ventata di freschezza
e che sempre scaturisce (come è bene che sia) dalla
storia, antica e nobile, di quest’arte. Dei suoi tanti primi
lavori, Polyphonia che ha creato per il New York
City Ballet durante la stagione 2000-2001, su pagine per
pianoforte di György Ligeti, è un’autentica
brillante affermazione del suo talento, specialmente per
quella sua naturale e sicura musicalità, ossia la
rara dote di saper vestire la musica di passi e movimenti
calzanti.
Tuttavia,
dovrò anche dire che la sua carriera è stata
per certi versi discontinua: ho la sensazione che sia stato
un po’ sfruttato e che il suo processo creativo sia stato
in alcuni casi forzato. Fin dagli inizi della sua attività
di coreografo, le commissioni per nuovi lavori abbondavano,
portandolo da New York a Mosca, da Amburgo a San Francisco,
da Boston a Londra. C’è poi stata l’avventura a Broadway
dove ha firmato le danze per un musical, The Sweet Smell
of Success, e l’ingaggio per il film, Center Stage,
per il quale ha pure creato le coreografie. Troppa attenzione,
forse, e anche troppo lavoro, accolto con grande entusiasmo
ma anche – e inevitabilmente – con qualche delusione da
parte del pubblico e della critica, hanno fatto temere che
la sua strada potesse farsi sdrucciolevole.
La
sua decisione, nel 2007, di fondare una sua propria compagnia,
intitolata "Morphoses", è stata più
utopistica che audace, anche se ha creato lavori davvero
affascinanti per questo gruppo. Ma Morphoses (che oggi Wheeldon
ha lasciato), con i suoi spettacoli che si alternavano tra
le due sedi "di residenza" (il Sadler’s Wells
Theatre di Londra e il City Center di New York), non era
e non è un complesso stabile; la sua scelta di coinvolgere
altri coreografi per formare il repertorio della compagnia
non è parsa sempre adeguata (e in alcuni casi del
tutto sbagliata); e certi danzatori erano di livello mediocre,
anche se primi ballerini ospiti quali Wendy Whelan, Leanne
Benjamin, Maria Kowrowski, Edward Watson, spiccavano pur
sempre nei bei lavori che Wheeldon creava per loro.
Il
coreografo ha anche firmato due versioni di grandi classici
dell’Ottocento: un Lago dei cigni per il Pennsylvania
Ballet, che ho trovato confuso e piegato ai limiti di questa
compagnia statunitense, e recentemente una Bella addormentata
per il Balletto Reale Danese, recensita qui da Erik Aschengreen).
Wheeldon
ha fatto una splendida carriera nell’arco dei suoi 38 anni
ed è da considerarsi certamente il coreografo di
base classica di maggior successo e maggior nome della sua
generazione. Possiede, come le sue creazioni continuano
a dimostrare, sensibilità musicale, grande immaginazione,
una fantasia inesauribile di temi e di mezzi coreografici
per esprimerli. Le sue creazioni, allora come ora, mostrano
tutta la loro intelligenza musicale – tanto che i suoi balletti
sembrano scaturire direttamente dalla musica – e si identificano
con un genere che può sembrare "astratto"
ma nel quale in verità convergono forza emotiva o
senso narrativo. E tutto ciò che ha creato non può
che essere di buon auspicio per il futuro.
Clement
Crisp
(BallettoOggi
n°217– Febbraio 2011)

Hong
Kong Ballet
Schiacciafuochi
(artificiali) a Hong Kong
Firecracker
– cor. Yuri Ng, Yuh Egami, mus. Piotr I. Ciaikovsky
Hong
Kong, Cultural Centre
L’Hong
Kong Ballet è una delle più importanti compagnie
asiatiche di balletto classico ed è oggi diretta
dalla svedese Madeleine Onne. Oltre ai grandi classici del
balletto, la compagnia ha in repertorio titoli di George
Balanchine, William Forsythe, Rudi van Dantzing, Nils Christe
ecc.
Per
festeggiare il nuovo anno cinese, nel febbraio scorso, l’Hong
Kong Ballet ha ripreso il suo Firecracker, che impiega
la musica dello Schiaccianoci di Piotr I. Ciaikovsky.
La coreografia del balletto, che ha debuttato lo scorso
anno, è di Yuri Ng, il più noto coreografo
classico di Hong Kong, e di Yuh Egami, un danzatore della
compagnia.
Firecracker
è una nostalgica e abile rievocazione della Hong
Kong del 1967, quando l’allora colonia britannica fu scossa
da mesi di tumulti in appoggio alla Rivoluzione Culturale
cinese. Il titolo Firecracker (cioè "petardo")
è doppiamente adatto dato che i botti, con cui si
è soliti festeggiare il nuovo anno cinese, furono
poi messi al bando dal governo coloniale in seguito ai subbugli
del 1967.
Ng
ha concepito un libretto nuovo e originale che si adatta
piuttosto bene alla musica di Ciaikovsky, e quest’anno ha
voluto apportare alcuni cambiamenti, pur marginali, alla
coreografia. Protagonista in questo balletto non è
più la giovane Clara ma lo zio Drosselmeyer che diventa
qui lo zio Tank, un manager degli studi cinematografici
di Hong Kong ormai in pensione. Clara fa visita a Tank durante
il capodanno e questi comincia a raccontare le glorie della
sua passata carriera.
Nel
primo atto il Natale a casa degli Stahlbaum è dunque
qui una festa di capodanno. E la scena della battaglia tra
i soldatini-giocattolo e i topi rappresenta qui lo scontro
tra i poliziotti e i ribelli del 1967. Molto migliore è
la scena della Neve che è riambientata in un ospedale
dove lo zio Tank è stato ricoverato in seguito a
un malore. Il bianco corpo di ballo di fiocchi di neve è
stato sostituito fantasiosamente da un’équipe
di sei infermiere in camice bianco che si occupano di Tank.
Questa scena spiritosa è quella meglio riuscita del
balletto dal punto di vista della coreografia.
Il
Valzer dei Fiori è diventato invece un simpatico
sketch dell’euforia che invade la città durante
una visita di un membro della famiglia reale britannica.
Il
passo a due finale è danzato con gran divertimento
da due stelle del cinema intente a girare un film. La coreografia
della variazione della Fata dei Confetti, danzata (dal personaggio
dell’attrice) ad un tempo più veloce di quello abituale,
è un adattamento di quella originale dello Schiaccianoci
di Lev Ivanov.
Firecracker
ha mostrato i danzatori dell’Hong Kong Ballet al loro meglio.
Kenji Hidaka è stato un vecchio zio Tank affettuoso,
mentre il Tank giovane è stato danzato con vivacità
da un vero talento del corpo di ballo, Shen Jie. Liu Yu-Yao
trasudava glamour nel ruolo della star del
cinema, mentre Li Jia-Bo era il suo baldanzoso compagno.
Chen Qing è stato impressionante nel ruolo della
sinistra figura nera che rappresentava i tempi passati.
Questo
Firecracker potrebbe, per il suo soggetto tipicamente
cinese, essere una buona scelta per le tournées
della compagnia.
Kevin
Ng
(BallettoOggi
n°219 – Aprile 2011)

Vienna
Opera Ballet
Vienna
riparte con Legris
Don
Chisciotte – cor. Rudolf Nureyev (da Marius Petipa-Alexandr
Gorsky), mus. Ludwig Minkus
Vienna,
Staatsoper
Da
quando, nel settembre del 2010, è diventato direttore
del Balletto dell’Opera di Vienna (ribattezzato Wiener Staatsballett,
balletto nazionale di Vienna), il danseur-étoile
dell’Opéra di Parigi Manuel Legris (47 anni) sta
già facendo – pare – un buon lavoro con la compagnia.
Ha rimontato egli stesso Don Chisciotte nella versione
di Rudolf Nureyev, e i danzatori hanno fatto mostra d’una
padronanza quasi impeccabile della tecnica classica.
Non
che in precedenza mancassero alla compagnia viennese brillantezza
e una certa qualità tecnica, ma Legris vuole affermarla
ad un livello superiore.
Anzitutto
ha arricchito il repertorio con diverse acquisizioni (George
Balanchine, William Forsythe, Twyla Tharp, fino ai giovani
Jirí Bubenícek, Paul Lightfoot e Sol León,
tra gli altri) e con una creazione, Marie Antoinette
del coreografo Patrick de Bana (ex danzatore di Béjart
e di Nacho Duato a Madrid). E ora, con la ripresa di questo
Don Chisciotte di Nureyev che mancava dall’Opera
di Vienna da ben 26 anni (qui il grande ballerino russo
lo creò nel 1966, sulla base del balletto di Marius
Petipa, poi rielaborato da Alexandr Gorsky).
Il
rapporto di Nureyev con l’Opera di Vienna fu importante
e punteggiato da successi. Tuttavia non lo diresse mai;
ma il destino ha voluto che quell’incarico fosse comunque
assunto da un suo "discepolo".
La
Kitri fiammeggiante di Maria Yakovleva lo era più
sul piano della bravura tecnica che dell’impeto interpretativo,
mostrando tuttavia sempre più slancio man mano che
si avanzava verso il terzo atto. Non le manca nulla: né
estensione, né giri (doppi e tripli nei fouettés),
né salto, e non senza temerarietà nella celebre
diagonale del primo atto.
Il
suo Basilio, il giovane russo Denys Cherevychko, ha formato
con lei una coppia armoniosa, dalle linee curate (si apprezza
il "marchio" parigino infuso da Legris). E se
lui fin dal principio ha mostrato maggior temperamento di
lei, nei passi a due l’intesa era comunque evidente. Benché
non sia molto alto (come altri ballerini virtuosi di scuola
russa), supplisce alla scarsa statura con il ballon,
i brillanti doubles cabrioles, i sauts de basque
e le pirouettes à la seconde.
Olga
Esina, l’altra ballerina principale della compagnia, è
stata una Regina delle Driadi impeccabile, sicura nei salti
(sostenuti) in punta, debitamente aérienne
nei sauts de chats, e, soprattutto, elegante, bella
e altera. Da notare nella scena del "Sogno" la
precisione e l’omogeneità del corpo di ballo, forte
di buona tecnica e belle linee (è ancora una volta,
forse, l’influenza francese, ma sempre unita qui al "sentire"
della scuola russa, alla quale è formata la maggior
parte dei danzatori). Inoltre, la stessa qualità
e precisione si è ritrovata anche nella sezione maschile
del corpo di ballo di questa compagnia numerosa (103 elementi).
Vanno
citati anche la "Ballerina di strada" di Ketevan
Papava e il torero Espada di Eno Peci. Come tutti quelli
che hanno interpretato i vari ruoli secondari, hanno danzato
con brio e impegno. Un’energia chiaramente trasmessa al
pubblico e che ha fatto di questo Don Chisciotte
una festa.
Se
è con questo ritmo che Legris continuerà a
lavorare, il Wiener Staatsballett potrà collocarsi
a un livello da fare invidia a molte altre compagnie prestigiose.
Isis
Wirth
(BallettoOggi
n°219 – Aprile 2011)

Balletto del Teatro alla Scala
La bella Raymonda tradisce Petipa
Raymonda
– cor Serghei Vikharev da Marius Petipa,
mus. Aleksandr Glazunov Milano,
Teatro alla Scala Tra
i pochi balletti dell’Ottocento rimasti in repertorio fino
a oggi, in forma più o meno autentica, Raymonda
è tra i meno spesso rappresentati. Eppure, non soltanto
è uno di quelli meglio conservati coreograficamente
(grazie alla tradizione del Kirov-Mariinsky di San Pietroburgo)
ma è un vero capolavoro, l’ultimo partorito dal genio
di Marius Petipa e forse il suo più puro e perfetto,
che porta a maturazione l’arte coreografica del secolo che
conclude (è del 1898) e si protende verso il balletto
del secolo nuovo, scavalcando l’esperienza (in un certo
senso deviante) dei Ballets Russes e aprendo il cammino
idealmente a George Balanchine.
Dunque,
benissimo ha fatto il Teatro alla Scala ad accogliere l’idea
del suo direttore del ballo, Makhar Vaziev, e a mettere
in scena una produzione di Raymonda con intenzioni
di fedeltà all’originale,affidandone la coreografia
a Serghei Vikharev (cinquantenne, ex danzatore del Balletto
Kirov), noto appunto negli ultimi anni per il suo lavoro
di "ricostruttore" dei balletti di tradizione
russa.
E
qui casca l’asino; che non è Vikharev, professionista
rispettabile della danza classica, ma una certa idea di
"filologia" del balletto alla quale anche lui
pare limitarsi (nonostante l’assistenza abituale, come consulente
storico, di Pavel Gershenzon, un serio studioso che esprime
nel programma di sala edito dalla Scala idee interessanti
e non banali, che mi son parse poi disattese nella realizzazione
dello spettacolo).
Solo
da pochi decenni il mondo della musica fa i conti con la
filologia, con la riscoperta, la revisione critica e l’esecuzione
delle opere antiche, e ancora si dibatte tra i problemi,
teorici più che tecnici, posti da un simile lavoro.
Figuriamoci quello della danza, per il quale la questione
è a uno stadio ancora primario per non dir primitivo.
Sembra
infatti che l’atteggiamento intellettuale non sia ancora
quello della "filologia" matura che ricostruisce
criticamente le opere del passato per intenderne
la verità artistica originaria al di là delle
apparenze con cui sono giunte a noi, ma quello ingenuo dell’antiquario
che vuol recuperarle "così com’erano" per
esporle e sorriderne con affetto.
Proposito, comunque sia, irrealizzabile nel balletto. Anche
in un caso relativamente fortunato com’è quello di
Raymonda, la coreografia della lontana prima rappresentazione
è praticamente perduta. Vikharev dichiara di essersi
avvalso delle notazioni coreografiche di Nikolai Sergheyev,
danzatore del Teatro Imperiale di San Pietroburgo e poi
régisseur dal 1904, notazioni finite all’Harvard
Theatre Collection (USA). Esse permettono a quanto pare
di ricostruire con una certa precisione i passi e la pantomima
di diversi "numeri" dei ruoli principali e di
alcune variazioni delle altre soliste. Poca cosa; per di
più, Vikharev ammette onestamente che quel poco corrisponde
in gran parte alla coreografia in uso per decenni al Kirov
di Leningrado nella revisione di Konstantin Sergheyev del
1948 (esiste in dvd VAI, filmato nel 1980 con protagonista
la grande Irina Kolpakova).
Dunque,
il serio e buon lavoro da riconoscere al curatore di questa
Raymonda alla Scala riguarda l’essenziale coreografico,
cioé le danze, ma non è altro che l’integrazione
della versione Kirov di riferimento con i nuovi ritrovamenti
documentari.
Per
il resto, per l’insieme dello spettacolo, per la cosiddetta
"drammaturgia" e soprattutto per il senso dell’opera
nello spirito dell’autore e nella storia della danza, l’
"oggettività" è un miraggio ingenuo.
Bisognava scegliere, interpretare, insomma compiere un’operazione
"critica", con la coscienza che la Raymonda
della tradizione è il risultato di successive rielaborazioni
nel corso di un secolo; un secolo e un luogo (la Russia
sovietica) in cui le idee artistiche si sono molto allontanate
da quelle dell’autore.
Il
soggetto di Raymonda è il più elementare
che si conosca, dunque perfetto per un’opera di danza. La
protagonista è una nobile giovinetta ungherese in
un Medioevo da fiaba; fidanzata a un cavaliere partito per
le crociate, lo attende e lo sogna; ma nel sogno, evocato
dallo spirito di una Dama protettrice, appare un focoso
Saraceno che la brama. Egli si presenta poi anche nella
realtà, ma torna il cavaliere che lo sconfigge; nozze
e festa.
Una
traccia irrilevante, dunque, per una sequenza di danze di
costruzione magistrale e spesso di grande poesia coreografica:
passi a due e variazioni, assoli o ensembles classici
o di demi-caractère e un grand pas finale
tale da farci intendere perchè George Balanchine
si chiamasse continuatore dell’opera di Petipa.
Questo
è il punto. Marius Petipa, in questo suo estremo
capolavoro, non guarda più dietro a sé, al
balletto pantomimico del pieno Romanticismo, a Perrot e
a Saint-Léon, ma avanti a sé, verso il futuro
di una danza depurata dalle pastoie della narrazione, dei
personaggi teatrali, dell’"espressione" e del
naturalismo.
E
in questo fu incompreso (né poteva esser diversamente)
e criticato dai suoi contemporanei, costretto quasi all’abiura,
a dichiarazioni di fedeltà al vecchio uso e ad aggiungere
scene mimiche per soddisfare un vecchio danzatore amato
dal pubblico (Pavel Gerdt, nel ruolo di Abderachman, il
Saraceno). "Manca la cosa principale, il contenuto
drammatico" sentenziò il pittore Alexandre Benois,
senza sospettare che la cosa principale in un balletto è
la danza (ma era una scoperta di là da venire e che
ancor oggi non è chiara a molti).
André
Levinson, forse il primo grande critico di danza del Novecento,
scrisse molti anni dopo che il pubblico aristocratico o
borghese dei Teatri Imperiali russi guardava una coreografia
di genio come una mucca guarda passare un treno (il che
si può dire anche dei giornalisti di danza, soprattutto
italiani e francesi, di oggi).
L’epoca
sovietica continuò naturalmente la critica e l’adattamento
di Raymonda in senso realistico e questo balletto
in cui Petipa pre-vedeva la liberazione della danza come
arte autonoma, fu ricondotto docilmente nel solco dei criteri
"drammaturgici" del teatro. La versione di Yuri
Grigorovich è un buon esempio, ma anche il grande
danzatore Nureyev, nella sua Raymonda all’Opéra
di Parigi si è mostrato ciecamente immerso in quel
pregiudizio.
Ora,
mi sembra che il colmo di quest’ultima Raymonda alla
Scala sia che, anziché ritrovare e svelare il genio
e la novità di Petipa, i suoi "ricostruttori"
abbiano fatte proprie le critiche del passato, sospingendo
la sua opera all’indietro, verso il balletto romantico da
cui essa usciva coscientemente.
E
così, riecco le pedisseque pantomime (oggi men che
mai accettabili al gusto), e il Saraceno assatanato, e la
Dama Bianca che tutto spiega, e i crociati, e i duelli,
e il voler incollare un’impossibile "verità"
scenica perfino alla stessa Raymonda, che è un ruolo
coreografico, non un "personaggio"; e un ruolo
tra i più lunghi e complessi e impegnativi di tutta
la storia del balletto.
Per
fortuna, come dicevamo, la danza è preservata ed
è pur sempre la sostanza di questo balletto; sostanza
su cui lo spettatore deve concentrarsi senza lasciarsi distrarre
dalla narrazione puerile e dal ridicolo di scene e costumi,
che non evocano tanto il teatro di fine Ottocento quanto
il padiglione medioevale di Disneyland. Realizzati esattamente
sui disegni e figurini originali del 1898, ci dicono gli
autori, senza pensare (ma è possibile?) che alla
percezione del pubblico d’allora, su una scena e con luci
di un secolo fa, quei colori e quei disegni facevano un
effetto ben diverso da quello che percepiamo oggi in ben
altre condizioni e abitudini di visione. Per non dire che
quei costumi – disegnati da un nobile pittore dilettante,
direttore dei Teatri Imperiali – già all’epoca furono
giudicati di cattivo gusto; infliggerli di nuovo, dopo oltre
un secolo, al povero Petipa e alla sua preziosa Raymonda,
è un’altra assurdità della "filologia"
acritica di cui dicevamo.
Resterebbe
da dire dell’esecuzione alla "prima" milanese.
Olesia Novikova (ospite dal Mariinsky) ha il senso naturale
dello stile appreso nella "casa" che fu di Petipa,
è elegante e graziosa, ma di certo non possiede la
sovrana musicalità e luminosità di danza della
Ballerina (con la maiuscola) richiesta da un simile ruolo.
Friedemann Vogel (del Balletto di Stoccarda) è il
perfetto cavaliere delle favole ma è anche davvero
eccellente danzatore classico e partner, per quel
poco che il ruolo qui gli concede.
Quanto
agli altri solisti e alla compagnia, ogni spettatore attento
sa da molti anni se essa sia o non sia in grado di danzare
un grande classico del balletto al livello che il gran nome
Scala esigerebbe. Ma riparleremo dei danzatori della casa
in occasione delle prossime auspicabili riprese di Raymonda,
un titolo la cui entrata nel repertorio della Scala è
da accogliere col massimo favore.
Alfio
Agostini
(BallettoOggi
n°224 – Novembre 2011)
Cunningham ultimo atto
La
Merce Cunningham Dance Company si è esibita per l’ultima
volta, in un grande "Event" a New York nel dicembre
scorso. E l’opera di un genio della danza moderna e contemporanea
rischia di scomparire, per volontà testamentaria
del suo autore che considerava ogni suo lavoro un atto di
creazione irripetibile. Ma il "Cunningham Trust"
non vuole morire e i diritti di alcuni pezzi del "repertorio"
saranno concessi ad altre compagnie
Quando
chiesi a Merce Cunningham se avrebbe voluto che i suoi lavori
fossero rappresentati tra cent’anni, si mise a ridere e
disse: "No, perché in futuro si danzerà
in modo completamente diverso". E così la Merce
Cunningham Dance Company si è sciolta alla fine di
dicembre con un’ultima serie di sei spettacoli in tre giorni
a New York. Ma questo non mette la parola fine, come ha
chiarito il Merce Cunningham Trust, un’organizzazione formatasi
nel 2003, annunciando i suoi progetti per il futuro.
In
ogni modo, quest’ultima apparizione della compagnia, insieme
alla precedente stagione alla Brooklyn Academy of Music
(che comprendeva anche la ripresa di un pezzo raro, Roaratorio)
e alla rassegna "Merce Fair", che ha ripercorso
la carriera di Cunningham, in modo un po’ scolastico, quest’estate
al Lincoln Center Festival, sono stati tutti uno stesso
e diverso omaggio di New York a uno dei suoi più
grandi artisti.
Tuttavia
nessuno di questi omaggi è stato tanto emozionante
quanto il primo: uno spettacolo in memoria di Cunningham,
appassionato e vibrante, nel quale i giovani danzatori della
compagnia e i vecchi suoi ex danzatori si sono esibiti insieme
poco dopo la morte del coreografo, avvenuta a 90 anni il
26 luglio del 2009. Questi primi spettacoli e quelli conclusivi
nel dicembre scorso (intervallati da una tournée
internazionale di due anni) si sono tenuti in un grande
spazio tipo galleria, una ex sala per l’addestramento degli
ufficiali nella Park Avenue Armory, un edificio militare
dell’Ottocento usato oggi perlopiù per mostre o spettacoli
su larga scala.
Sia
nel 2009, sia nel dicembre scorso gli spettacoli sono stati
concepiti come un Event, come Cunningham chiamava
l’assemblaggio di estratti dei suoi lavori (a volte combinati
con segmenti di nuova coreografia) presentati al di fuori
del loro usuale contesto. All’Armory, questo collage
di pezzi ha dato luogo a un "evento" (Event,
appunto) in grande stile. Nel 2009, i danzatori si sono
esibiti all’interno di più spazi delimitati sul pavimento
e il pubblico si spostava agevolmente da uno spazio all’altro,
a volte seguendo i danzatori stessi. Nonostante la morte
recente di Cunningham in quel momento, il tono era allegro
ed il tutto è parso una celebrazione della vita.
All’interno di questi tre cerchi per l’esibizione, l’Event
ha restituito l’essenza dell’opera di Cunningham: un misto
di concetto e spensieratezza, disciplina e anarchia.
A
Robert Swinston, il veterano della compagnia e ora Director
of Choreography del Merce Cunningham Trust, va il merito
di aver saputo incastrare magnificamente i vari segmenti
di coreografia nello spazio della Armory, per entrambi gli
Events.
Ma
in dicembre, il tono era sobrio e formale. I danzatori non
si sono esibiti sul pavimento della sala ma su tre piattaforme
sopraelevate. L’impatto visivo era notevole, anche se due
dei tre palcoscenici erano distanti alla vista degli spettatori.
In una zona della sala, erano state appese le nuvole di
palline bianche dell’artista visivo Daniel Arsham. Alcuni
spettatori hanno assistito in piedi per quasi un’ora nelle
gallerie alte, che permettevano di vedere dall’alto le tre
scene, ma la maggior parte del pubblico sedeva vicino ad
una delle piattaforme e difficilmente poteva vedere contemporaneamente
tutte e tre. È stato dunque difficoltoso cogliere
il rapporto coreografico tra i tre livelli dello spettacolo,
sebbene fosse evidente che i danzatori passavano da una
scena all’altra e che i gruppi su una delle scene contrastavano
con gli assoli dell’altra.
Swinston
ha così creato un tipico esercizio cunninghamiano
di percezione e simultaneità, magnificamente valorizzato
da suonatori di trombone e tromba collocati nell’alto tutt’intorno
alla sala; in basso, su un lato, strumenti elettronici e
no erano impegnati nelle partiture dei compositori che a
lungo collaborarono con Cunningham, Takehisa Kosugi, David
Behrman, John King e Christian Wolff.
Ma
diversamente da quello del 2009, quest’ultimo Event
è parso meno originale, meno audace, più attento
a riprodurre una certa "formula". Molti dei concetti
che si associano all’opera di Cunningham erano comunque
presenti: la sua inclinazione per ciò che non è
lineare, la sua ricerca del molteplice e della duttilità,
la componente a-logica e sorprendente della coreografia
(dovuta spesso a procedimenti aleatori). Richiamati dalla
grande pubblicità che ha annunciato quest’ultima
apparizione della compagnia, gli spettatori nuovi a Cunningham
sono parsi stupefatti, proprio come il pubblico di cinquant’anni
fa.
Anche
se non ha voluto che la sua compagnia continuasse ad esistere,
Cunningham non si è però opposto a che i suoi
lavori vengano danzati da altre compagnie e da allievi non
formati nella sua scuola. La scuola di Cunningham sarà
chiusa ma il Trust continuerà a organizzare classi
di tecnica Cunningham e workshops. Manderà
i danzatori di Cunningham a rimontare i suoi lavori nei
dipartimenti di danza delle università americane
e per altre compagnie. E c’è già molto interesse.
Benjamin Millepied ha infatti già richiesto un lavoro
di Cunningham per la sua futura compagnia a Los Angeles.
Ma quale sarà il risultato in scena?
Cunningham
è stato imitato dai giovani coreografi per anni (specie
in Francia). Ma ora non è più così
e nessuno getta in aria la monetina oggi per decidere quale
direzione prendere.
Ma al di là del suo metodo, Cunningham ci ha insegnato
a guardare alla danza in un modo nuovo. Alla fine, ha lavorato
nel suo splendido isolamento, fedele a se stesso. Possiamo
preservare il suo repertorio ma non il tratto unico della
sua creatività.
Anna
Kisselgoff
(BallettoOggi
n°227 – Febbraio 2012)
Ricordo
di Irène Lidova
Irène Lidova, critico
ed animatrice di danza, personalità di riferimento
per tutto un ambiente e lungo varie generazioni, è
stata collaboratrice specialmente fedele ed affezionata
della nostra rivista; e, per quanto possa contare, mia amica
e referente assoluto di tutta la mia attività finora
- e ancora - nel campo che ho scelto, o che m’è capitato.
Irina Kaminskaya – Lidova
dopo il matrimonio con Serge Lido (nome francesizzato del
russo Serghei Lidov) – era nata a Mosca nel 1907. Aveva
un’età, dunque, per la quale l’evento dovrebbe avere
il tono sereno d’un compimento naturale, e di una natura
anzi assai generosa non tanto nel concederle una vita lunga,
quanto nel conservarle e vorrei dire accrescerle fino all’ultimo
un’intelligenza della vita e un così intenso amore
per essa che non può credere chi non l’abbia conosciuta
da vicino.
Ci vorrebbe altro che questa
pagina, ma dirò brevemente quel che ho saputo di
lei in ventisette anni di frequentazione, di persona a Parigi
o in giro per il mondo del balletto, oppure a voce, sul
filo telefonico quotidiano.
Bambina,
negli anni della rivoluzione bolscevica era emigrata da
San Pietroburgo (dove la sua famiglia si era trasferita)
a Parigi, uscendo dalla Russia devastata attraverso un lago
gelato in Finlandia, nascosta in una slitta. Nella capitale
francese, dove l'aspettavano alcuni parenti, la famiglia
s’installò in un tranquillo appartamentino nella
rue Chernoviz, dove Irène ha abitato, poi col marito
e infine sola, fino ad oggi.
Come molte figlie di emigrati
russi prese lezioni di danza classica nei piccoli studi
parigini dove insegnavano, per sopravvivere, alcune ex ballerine
imperiali, tra cui la grande Olga Préobrajenska.
Era soltanto un’allieva amatoriale, ma la passione per la
danza la contagiò per sempre. Dopo gli studi di arte
e di lettere, entrò nel giornalismo come redattrice
di una rivista d’attualità, Vu. Lì
riuscì a infilare i suoi primi articoli di danza,
cominciando così a conoscerne gli artisti. Serge
Lifar, che regnava sul balletto all’Opéra di Parigi,
fu il suo primo idolo ("sono stata fan di molti,
ma adoratrice solo di uno, Lifar" mi disse una volta),
e fu il primo palpito di quel sintomo della ballettomanìa
che è l’innamoramento, devoto e appassionato, per
i danzatori (da lei sempre non solo riconosciuto, ma coltivato,
con uno strano misto di lucidità e di abbandono).
Conobbe un compatriota studente di economia, si sposarono,
lo contagiò della sua passione e lo trasformò
in uno dei più famosi fotografi di danza del secolo.
I venticinque album fotografici, uno all’anno, di Serge
Lido coi commenti (e soprattutto con le scelte) di Irène
Lidova sono una testimonianza straordinaria di tutta un’epoca
del balletto.
Ci furono anni difficili
– la guerra, l’occupazione, l’immediato dopoguerra – ma
vitali e creativi. Un giorno, alla scuola dell’Opéra
di Parigi, scelse per l’obiettivo di Serge Lido tre ragazzini:
erano Roland Petit, Jean Babilée e Jean Guélis.
L’occhio infallibile era una sua dote primaria; a teatro,
anche negli ultimi anni, sofferente e con la vista diminuita,
in tutto un corpo di ballo individuava subito, magari nell’ultima
fila, un giovane talento; e la serata era illuminata dall’entusiasmo
della scoperta.
A Roland Petit affiancò
una ballerina e coreografa enfant prodige, Janine
Charrat, li portò dal suo amico Jean Cocteau, s’inventarono
una compagnia da pochi soldi, con Jean Babilée, Ethery
Pagava, poi Renée (Zizi) Jeanmaire e altri protetti
di Irène, e nacquero i primi capolavori del balletto
francese del Novecento. In seguito, collaborò tra
l’altro con la famosa e avventurosa compagnia del Marchese
di Cuevas.
Era fedele nei suoi amori
artistici, ma i suoi giudizi erano molto decisi. Un giorno,
molti anni dopo quegli inizi poveri e felici, disse a Roland
Petit alla fine di un suo spettacolo: "Allora, Roland,
quando ci farai un vero balletto?" Ora intendo che
cosa volesse dire; lui forse non lo volle intendere, si
offese e non le parlò mai più. Gli artisti
sono così, tutto il bene è semplicemente dovuto,
una parola sgradita è un tradimento irreparabile.
Irène lo sapeva meglio di chiunque; continuò
ad amarlo e a dire e a scrivere che Roland Petit era il
più grande talento che avesse mai incontrato.
C’erano, nell’ambiente,
anche gli amici sicuri, e nell’appartamento della rue Chernoviz
passava regolarmente mezzo mondo della danza, mentre il
telefono era il rimedio quando il salotto restava deserto.
Nina Vyroubova, Yvette Chauviré, Janine Charrat,
Joseph Lazzini, Mario Porcile (il direttore del Festival
di Nervi, luogo incantato per Lidova, dove abbiamo passato
estati memorabili), Paul Szilard, Lilavati e Bengt Häger,
John Taras, Carla Fracci e Beppe Menegatti, il critico John
Percival, il regista Dominique Delouche, erano tra i più
assidui, fino agli ultimi giorni. Anche Rudolf Nureyev,
nei primissimi tempi a Parigi, era ospite fisso alle cene
russe di Irène; ma se ne dimenticò presto.
Per il balletto russo, e dunque per gli artisti russi, aveva
un passione speciale; era forse un modo di ritrovare le
sue radici almeno nell’arte che amava, di sentirsi russa,
di parlare la sua lingua. Era fiera di essere un po’ la
loro "ambasciatrice" in Occidente, soprattutto
negli anni in cui i contatti erano rari e difficili. Di
alcuni divenne amica: di Maya Plisetskaya, degli amatissimi
Katia e Valodia (Maximova e Vassiliev), poi dei più
giovani Vladimir Derevianko e Vladimir Malakhov.
Tra gli amici più
vicini, s’era creata una sua famiglia elettiva, soprattutto
dopo la morte inattesa del marito, nel 1984, che l’addolorò
grandemente. C’era anzitutto Milorad Miskovitch, altra sua
scoperta dei tempi felici, danzatore ammirato e amico di
sempre; una sorta di figlio, che in questa veste ha ricevuto
gli amici all’ufficio funebre del 31 maggio scorso, nella
chiesa russa di Parigi della rue Daru. L’altro "figlio",
di acquisizione più recente, ero io. E nell’ultima
generazione, Toni Candeloro, che abitava nella stessa casa,
nei suoi anni di studente e danzatore a Parigi, formando
con lei a tutte le uscite una strana coppia, singolarmente
affiatata; si sa, coi figli ci si può talvolta irritare,
ma coi nipoti l’intesa è incondizionata.
Dimenticavo quasi di dire,
tanto era nota, della sua intelligenza fuori dal comune;
intelligenza non convenzionale, colta ma intuitiva, che
andava immediatamente al nocciolo delle cose dell’arte e
della vita, e saldamente poggiata su una memoria formidabile.
A novant’anni, ricordava il cast completo di uno spettacolo
di mezzo secolo prima, o raccontava in pochi tratti precisi
la carriera e la personalità di un artista dimenticato
da tutti. Ma non era, la sua, la memoria maniacale dei vecchi,
fissata nel passato; ricordava tanto una giornata di mezzo
secolo fa quanto quella di ieri, s’interessava all’oggi
ed era curiosa del domani. Scoprire un giovane coreografo
o un danzatore di talento era per lei più importante
che aver frequentato Lifar o Robbins o aver visto danzare
mille volte Alicia Markova. Epperò non aveva, di
certi vecchi, il patetico vezzo di voler sembrare alla moda;
era, soprattutto negli ultimi anni, davvero al di sopra
della mischia, sicura nella sua sapienza antica e attentissima
al presente. Classico, moderno, contemporaneo, le sembravano
parole prive di senso. Amava Giselle ma aveva spinto
e difeso il giovane Merce Cunningham in Francia quando ancora
nessuno gli faceva caso.
Ma qui sto scrivendo io
un "incontro", la specialità che Lidova
aveva dedicato a BallettoOggi per tanti anni! Forse
per averne letti, tradotti, corretti, discussi tanti, me
n’è uscito ora dalle dita uno, l’ultimo. Mi mancherà
molto – e sono certo che ti mancherà, caro nostro
lettore o lettrice – quella pagina verso il fondo della
rivista, con quel vecchio viso occhialuto e sorridente ("c’est
votre journaliste américaine", scherzava), col
suo testo stringato, tutto periodi brevi e incisivi, che
incorniciava una bella foto di Serge Lido. E mi sembra inimmaginabile
non alzare più il telefono, ogni sera verso le sette,
per commentare le nostre povere cose della danza, o per
chiederle qualcosa che d’ora in poi cercherò inutilmente
nei libri. Una luce s’è spenta e c’è un vuoto
in più, nel mondo della danza, e nel mondo.
Alfio
Agostini
BallettoOggi
n. 137 – luglio 2002

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